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    Sant’Antonio

    Posted on domenica 20 gennaio 2008

    La figura di Sant’Antonio Abate (nato a Coma in Egitto intorno al 290 da agiati agricoltori cristiani), è tra le più conosciute nella religiosità popolare. La sua festa costituisce il cardine del calendario contadino, legato alle date solstiziali. Dopo il solstizio d’inverno, ci si prepara ad affrontare la luna di primavera con la nuova fecondità della terra. Una raffigurazione dei fenomeni, secondo una formula originaria, avvolta da un cristianesimo genuino, che in un unico filo conduttore lega tutti i solstizi: invernali e estivi (San Nicola, la Concezione, Capodanno, Sant’Antonio, San Giovanni); primaverili (Carnevale) e infine quello dell’inizio dell’anno agrario (San Martino).

    In Abruzzo, la notte del 16 gennaio, vigilia della morte di Sant’ Antonio, avvenuta il 17 gennaio 356, la festa acquista una suggestione diversa e riporta segni arcaici ed autentici che conferiscono all’evento un fascino misterioso e coinvolgente. Un appuntamento che assume caratteri diversi da villaggio a villaggio. In alcuni casi con cerimonie di purificazione o riti per la fertilità della terra, in cui il fuoco è utilizzato come elemento liturgico e culturale. La festa più nota in Abruzzo, con un richiamo a livello nazionale è quella delle “farchie” che si celebra a Fara Filiorum Petri, paese di origine longobarde, in provincia di Chieti. Una festa che onora S a n t ’ A n t o n i o Abate, protettore del paese, che nella tradizione orale più antica, salvò il villaggio dal saccheggio dei briganti. Il rito inizia il pomeriggio del 16, con la processione delle “farchie” (fascio di canne alto 10 metri dal diametro di 1, legato con rami di salice), che dalle 12 contrade, giungono nella piazza principale, dove sono erette. All’imbrunire con scoppi di mortaretti, le “farchie” sono accese al vertice e le contrade in competizione tra loro, si impegnano a raggiungere gli effetti più spettacolari. Intorno alle enormi torce, si anima un’atmosfera di grande allegria, che continua poi nelle case e cantine del borgo con il pasto a base di salsicce e “crispelle”, annaffiato con abbondante vino dei colli teatini. Le forme del fuoco, come distruzione del male e per guarire l’herpes zoster (il cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio”), entrano anche nella festa di Ateleta, in provincia di L’Aquila. Qui in ogni quartiere, rione e frazione, dopo il corteo di animali e di figuranti in maschera, si accendono grandi falò propiziatori, dove è facile, tra balli e bevute, ascoltare la cantata “de lo Barone Sant’ Antonio”, che narra di diavoli scuri e sporchi di nerofumo. Questo “Santo solare”, sia per la sua vita eremitica, che per aver sconfitto il demonio e per il suo potere sul fuoco, è protettore degli animali, tanto da essere solitamente raffigurato con accanto un maiale, che reca al collo una campanella. I pastori in passato, si rivolgevano a lui per chiedere la protezione delle greggi e mandrie. Un’usanza che rivive a Pescasseroli, cittadina del “Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise” in provincia di L’Aquila. Al calar della sera, gli animali del paese, dopo aver sfilato bardati, soprattutto i grossi cavalli agricoli italiani (600 – 700 chilogrammi di peso) da tiro pesante e rapido, orgoglio degli allevatori locali, ricevono in piazza la solenne benedizione che li pone sotto la protezione del “Grande Santo” dalla lunga barba bianca. La festa continua in stile country con carne alla brace e musica. Se la grande animazione della vigi- lia, in alcuni posti raggiunge i culmine nella preparazione dei fuochi e processioni di animali, altrove si da molta importanza al consumo collettivo dei beni alimentari della terra a carattere devozionale, quali cereali e legumi. Questi ultimi anticamente considerati cibo sacrale di comunione iniziatica tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. In alcuni paesi, come a Collelongo, sempre nella provincia di L’Aquila, si approntano le cotture dei “cicirocch” (granturco lesso), che prima rappresentava uno dei maggiori prodotti coltivati nella zona. La cottura pubblica nei caldai neri della tradizione, poggiati su robusti treppiedi, è il momento più significativo della festa, che è organizzata dentro le case e nelle piazze. Il consumo del granturco, a scopo propiziatorio e s c a r a m a n t i c o , coinvolge gli ospiti e i visitatori che numerosi accorrono da tutta la Marsica. In questa magica notte, dove gli animali parlavano e la campagna si riempiva di numerosi demoni, angeli, peccatori e santi, tutte figure contrastanti tra loro, il borgo di Collelongo è fortemente animato da una generale baldoria. A pochi chilometri di distanza, nel paese di Villavallelonga, la celebrazione assume un livello estremamente privato. In onore del Santo si veglia consumando un particolare banchetto votivo che prende il nome di “panarda”. Una solenne cena, che raduna tutta la parentela ed è effettuata e tramandata solo dalle famiglie miracolate dall’eremita. Il silenzio dei vicoli e l’oscurità della notte invernale, sono spezzati dal gioioso andare di piccoli gruppi, che eseguono di porta in porta, il canto di questua sotto forma di orazione, accompagnato da strumenti rustici e in qualche caso da zampognari. Le note musicali ci trasportano anche al ridente borgo di Cermignano, nella valle del Fino in provincia di Teramo, dove c’è una vera è propria sagra dei canti di questua. Una singolare kermesse dove le compagnie danno vita anche a rappresentazioni della lotta tra il santo e il demonio, tra il bene e il male. Una straordinaria forma di teatro religioso popolare accompagnato dal vino novello, l’assaggio delle salsicce e il dono degli uccelletti, tipico dolce di Sant’Antonio Abate.

    Stefano Cristofani e Romano Visci

    MpL Comunicazione @ 13:20
    Filed under: News MpL

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