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    Reddito aquilano

    Posted on martedì 13 gennaio 2009

    Il livello di reddito pro capite degli abruzzesi è nettamente inferiore a quello del centro-nord ( ci torneremo) ma supera di 2.140 euro il dato medio del profondo Sud. La distribuzione di reddito e spesa pro capite non evidenzia grosse disparità a livello provinciale.  Il reddito risulta più elevato all’Aquila (16.169 euro) anche se la provincia con la maggiore crescita è Chieti (+3,8% nominale)…

    E’ quanto emerge dell’Osservatorio di Findomestic Banca sul consumo dei beni durevoli in Abruzzo e nel Centro Sud. Ora ricomincia il tormentone sul benessere aquilano. Siamo i più poveri del Nord o i più ricchi del Sud?
    La questione è un’altra: come fanno gli aquilani a mantenere il tenore di vita – certamente non basso vist i consumi – pur in una situazione di aperto declino della città?  Declino testimoniata non solo dalle crisi aziendali, ma anche dal decadimento di altri indicatori di misura dello sviluppo (come i tassi di occupazione e di disoccupazione).  In realtà il paradosso aquilano è spiegabile e lo abbiamo già ampiamente spiegato diversi mesi orsono commentando dati analoghi.   Repetita iuvant, e quindi riproponiamo uno stralcio di un intervento dell’MpL sull’argomento pubblicato sulla stampa abruzzese:
    “…immaginiamo di fotografare la composizione del reddito prodotto nel comprensorio aquilano nel 1975 e nel 2005. Nel 1975 la maggior parte del reddito proveniva da salari e stipendi, mentre la rendita occupava una posizione marginale (intendiamo per rendita la quota distributiva del reddito che va ai proprietari o, se preferisce, la remunerazione che qualunque fattore della produzione, come la terra, o qualunque bene, come un immobile, riceve al di là dei suoi costi di produzione). Nel 2005 la composizione del reddito pro-capite muta sostanzialmente: si riduce molto la quota dei salari e stipendi  manifatturieri, aumenta notevolmente la quota salariale extra manifattura (ad es., stipendi per addetti ai supermercati e call center, ecc.) ma soprattutto esplode la rendita immobiliare.  Tornando alla nostra contraddizione, potremmo dire che "i frati sono poveri, ma il Convento è ricco". Questo perché gli aquilani dispongono di un enorme patrimonio, soprattutto immobiliare,  pari a molte volte il flusso annuale del reddito prodotto dal comprensorio. Ed aggiungiamo che i redditieri sono molti di più rispetto al 1975, ma sono comunque pochi gli aquilani ricchi, perché nel frattempo è peggiorata la distribuzione del reddito.
    Possiamo quindi immaginare che negli ultimi trenta anni si sia concluso un processo ciclico di sviluppo e declino dell’Aquila, in cui la funzione innovativa ed industriale della città come località centrale ha generato sviluppo ed una notevole disponibilità di liquidità, che ha portato ad investimenti immobiliari ed alla successiva crescita della rendita urbana. Negli ultimi dieci anni si accentua la dinamica decrescente del flusso di reddito annuo –  a causa delle crisi industriali – mentre la rendita continua a crescere a motivo dei forti  investimenti immobiliari già realizzati o in corso di realizzazione.  Ora la teoria economica insegna che quando per un certo periodo di tempo il flusso di reddito decresce mentre la rendita cresce, si generano due effetti perversi:

    1.la crescita della rendita e della classe dei rentiers deprime il saggio di profitto e la tensione all’intrapresa. Si appanna il vantaggio comparato della città come luogo elettivo della produzione e la tensione creativa delle classi dirigenti, inducendo mollezza e  declino;

    2.la città, come luogo di relazioni funzionali, produttive, gerarchiche e distributive, diviene una città "tradizionale". E’ tradizionale quella città che, dopo un lungo periodo di sviluppo, diventa per lo più un luogo di residenza, di consumo della rendita, di esercizio di funzioni istituzionali, politiche ed amministrative di base.

    Questa è l’attuale situazione dell’Aquila: una città tradizionale in declino. Il declino può ancora peggiorare, perché mentre gli aquilani stanno per lo più fermi,  l’economia invece si muove e si creano continuamente le condizioni per un ordine successivo.
    L’Aquila si trova ad un bivio. La città può rapidamente scivolare nell’accelerazione del declino, perché nel meccanismo descritto è insita una debolezza: la rendita non può crescere all’infinito se non viene sorretta da flussi di reddito alternativi o sostitutivi rispetto a quelli che sono venuti a mancare a causa della de-industrializzazione del comprensorio. Res sic stantibus, quando inevitabilmente anche la rendita totale inizierà a ridursi, la città declinerà anche nel livello aggregato di reddito e di consumo, entrando in una fase di recessione (riduzione del reddito pro-capite per un periodo superiore ai tre anni). Oppure L’Aquila può re-inventarsi un ruolo di "città moderna", luogo di scienza, ricerca, cultura, funzioni politiche ed amministrative avanzate, città apportatrice di nuove idee, nuove tecnologie, nuovi modelli culturali, luogo di funzioni direzionali superiori.
    Del resto la storia insegna che le città vivono incessantemente fasi di sviluppo e declino, e che la scelta tra recessione e sviluppo sempre si pone alle classi dirigenti. Il grande Max Weber soleva ripetere che le opportunità di sviluppo esistono sempre, sempre, sempre. Ma per cogliere le opportunità occorrono grandi politici, dotati di visione e di leadership. ‘I grandi politici – diceva Weber –  sono quelli che sanno vedere e cogliere le grandi opportunità per realizzare grandi progetti’.
    Questo è il principale problema della città: la drammatica crisi di idee sulle prospettive del suo futuro sviluppo e sugli strumenti per realizzarlo.

    MpL Comunicazione @ 20:52
    Filed under: News MpL

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