Posted on mercoledì 5 marzo 2008
La Rai ha annunciato che non manderà in onda faccia a faccia televisivi tra i candidati premier. La ragione di tale scelta è semplice: i candidati sono troppi dunque è stato giudicato opportuno rinunciare. Forse dovremmo essere comprensivi nei confronti di una decisione che inevitabilmente suscita numerose perplessità: con la par condicio, la norma che impone pari condizioni (tempi, modalità) per le presenze televisive di candidati e partiti in periodo di campagna elettorale, rendeva oggettivamente molto difficile organizzare faccia a faccia con un numero così elevato di partecipanti. Chi scrive ha sempre ritenuto che la tanto esaltata legge della par condicio sia un’offesa ai giornalisti, ai quali vengono imposte norme e comportamenti che dovrebbero essere affidati alla coscienza e alla deontologia professionale, e un insulto ai telespettatori, che certamente non sono talmente stupidi da farsi influenzare da cinque minuti in più o in meno per questo o quel candidato. Ora si scopre che la citata norma non è solo un’offesa, ma anche un motivo (una scusa?) per cui il servizio pubblico di informazione televisiva si sente autorizzato a venire meno al proprio dovere. Si dirà che il faccia a faccia non è il solo modo per presentare degnamente i candidati premier, che possono esporre i loro programmi e le loro proposte anche in solitudine. E’ possibile. Ma come dimenticare gli alti ascolti dei faccia a faccia televisivi tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi? Il pubblico ha chiaramente mostrato di apprezzare questa forma di comunicazione politica, ma questo non è il solo motivo per giudicare inopportuna e sbagliata la decisione della Rai. Il confronto che la televisione pubblica si rifiuta di mostrare non cessa di esistere solo perché non compare sugli schermi.Lo scontro tra i candidati premier, la sfida su idee, programmi, proposte, il dibattito tra posizioni totalmente antitetiche o parzialmente convergenti, pur esiliati dalla tv continuano nella realtà, per arrivare a conclusione nel segreto della cabina elettorale. La Rai ha chiuso le sue finestre su tutto questo rinunciando non solo a qualche trasmissione televisiva ma anche al proprio ruolo. Del ‘servizio pubblico’ è scomparso il ‘servizio’ ed è rimasto il ‘pubblico’, il che suona decisamente come un presa in giro per utenti che continuano, un po’ per abitudine un po’ perché costretti, a pagare il canone.
Gino Di Tizio
Gino Di Tizio








