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    Partito Dinosauri (PD)

    Posted on domenica 18 novembre 2007

    Chi ha deciso di tenere a Sulmona la prima assemblea pubblica del Partito Democratico, ha certamente pensato alla felice posizione geografica della città. Non ad Ovidio e alle sue Metamorfosi, per alludere a quella radicale trasformazione del modo di fare politica in Abruzzo, che i più si aspettano dal nuovo Partito. Chi l’avesse pensato, non avrebbe potuto avere una delusione più scottante. Perché, come in tanti hanno notato, quell’assemblea è stata la sconcertante ripetizione dei vecchi riti e delle rancorose sceneggiate di gruppi l’un contro l’altro armato.

    Peccato, perché era cominciata bene, l’assemblea, con la scontata ed applaudita proclamazione di Luciano D’Alfonso, Segretario Regionale, come dall’esito delle primarie del 14 ottobre. E’ però subito degenerata quando la proposta, non scontata, di elezione del Presidente, è stata messa ai voti. La minoranza di Del Turco e Ginoble (che dispone del 35% dei delegati) obietta che la proposta non è stata preventivamente concordata. La maggioranza (che dispone del 65% dei delegati) respinge le obiezioni e passa al voto. E’ a questo punto che, per ritorsione la minoranza decide di abbandonare la seduta, sbattendo rumorosamente, ed un po’ eccedendo, la porta. Così si consuma il primo, brutto scivolone pubblico del partito appena nato. Ci si domanda, ora che nuove diatribe sembrano accendersi per la distribuzione dei tanti incarichi da ridefinire, chi porti le più gravi responsabilità per l’accaduto. Per la spaccatura in due, di un Partito che il suo leader nazionale Walter Veltroni, ha detto e ripetuto di volere, certo plurale, ma assolutamente senza correnti. E’, questa, una domanda che rimarrà senza risposta. La verità è una sola: a Sulmona c’erano Presidenti e Sindaci, parlamentari e consiglieri regionali, assessori e cattedratici. Perché nessuno dei tanti carismatici personaggi presenti s’è alzato per dire basta, sospendiamo la seduta e cerchiamo l’accordo, come si conviene tra persone che vogliono combattere sotto la stessa bandiera? Avevano, quelli della maggioranza, fatto, forse, una sorta di giuramento di Pontida perché in ogni caso e a qualsiasi costo, si arrivasse subito, immantinente, all’elezione del Presidente? Di un Presidente di cui, fra l’altro, si ignorano i poteri reali, immediatamente esercitabili. In molti sostengono si sia trattato di uno stolido atto di prepotenza di una maggioranza decisa a mostrare il proprio decisionismo. Qualcuno, esagerando, ha persino chiamato in causa il vecchio Tocqueville e la sua famosa teoria sulla tirannide della maggioranza. In verità e, nell’occasione, tornata in auge l’antica regola del cosidetto “centralismo democratico”, per cui una cosa, decisa a Roma, fra tre, quattro alti dignitari, magari della vecchia nomenclatura, si applica e non si discute. Quello che è capitato a Sulmona è dunque un vero e proprio ritorno al passato. Ai vizi antichi e persino a riprovevoli furbizie. Con queste premesse è difficile possa nascere quella nuova classe dirigente capace di coltivare un progetto di società per far uscire l’Abruzzo dalla sua marginalità. La speranza era che gli spiriti più liberal, che c’erano nei Ds e nella Margherita, ma prigionieri dei dogmatismi e delle ideologie, liberassero finalmente le loro straordinarie energie. Così non è stato, sino ad ora. E c’è da rammaricarsene. Perché c’è solo la promessa di una nuova politica a farci sperare una rapida fuori uscita dalle tante turbolenze di un Paese in cui la passione per uno stendardo sportivo si trasforma in un assalto alla Caserma dei Carabinieri, in cui un torbido omicidio ha il valore, per taluni, di una resa dello Stato alla criminalità, in cui si può, senza incorrere nei rigori della legge, fare mercimonio di parlamentari infedeli. Quello che è capitato da noi, in Abruzzo, a Sulmona, non ci incoraggia in questa speranza. Come non ci incoraggia quella frantumazione delle opinioni nel centro sinistra nazionale, dalle cui perniciose conseguenze solo per un pelo ci siamo salvati ieri l’altro al Senato, discutendosi di spallata andata a vuoto e di finanziaria. Ce ne rammarichiamo, perché a correggere certe colpevoli leggerezze di questa sinistra, non c’è, in Italia e in Abruzzo, una forza conservatrice austera, ma propositiva. C’è un Polo che alla proposta politica ha sostituito l’anatema. Che in Abruzzo ha sostituito le mitragliate del senatore Pastore che, nella sua furia giustizialista ha finito per non risparmiare nemmeno il Procuratore di Pescara, Trifuoggi. Non pare ci siano, a sinistra del centro sinistra, speranze migliori. Perché il seme della discordanza è rigoglioso anche nel campo della cosidetta Cosa Rossa. Tra rigurgiti di filo sovietismo alla Diliberto e ossessioni ultra-welfariste alla Giordano. Il tema della politica è dunque proprio senza sole? Ci confortano un po’ le parole scritte da Goffredo Bettini nel suo recentissimo “A chiare lettere”. Quando evoca la politica per la quale si batte Veltroni: la politica che incorpora l’aristocrazia del pensiero e la verità del popolo. 

    Nevio Felicetti

    MpL Comunicazione @ 10:14
    Filed under: News MpL

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