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    Nuovo Belice

    Posted on mercoledì 3 giugno 2009

    Come sarà la New Town aquilana? Come sarà la città che, hanno promesso, sarà solo provvisoria e ospiterà tutti i cittadini che hanno perso la casa? Di progetti se ne sono visti tanti: i rendering sono tranquillizzanti: case con giardino, strutture antisismiche, spazi dignitosi. Anche i proclami che si sentono da parte del governo sono rasserenanti: forse c’è speranza, forse si riuscirà a costruire tutto e si tornerà presto nella cara e vecchia L’Aquila. Oggi pare che ci siano soldi per tutti, speranza per tutti, un nuovo futuro. Sarà vero? 

    Forse la pensavano così anche i cittadini del Belice, zone devastate dal terremoto del 1968 e ricostruite ex novo poco distanti.  Il sisma del 14 e 15 dicembre di magnitudo 6.4 uccise 370 persone e lasciò senza casa 70 mila siciliani.   Gli anni che seguirono il terremoto furono costellati da appalti, buone intenzioni, proclami, stanziamenti. E fin qui le similitudini ci sono.  Poi dopo decenni di interminabili lavori, di cantieri aperti senza sosta, gli antichi paesi della valle sono stati in gran parte ricostruiti in luoghi distanti da quelli originari interessati dal terremoto: abitazioni, infrastrutture urbanistiche e stradali hanno sì riportato condizioni di vivibilità ma hanno anche profondamente modificato il volto di quella parte della Sicilia.
    I fotografi Alfonso Arana, Francesco Favara, Pietro Iacono, Antonio Montalto e Carlo Riggi sono tornati lì per vedere com’è adesso la situazione.  «Questo reportage», racconta Riggi, «vuol essere una testimonianza, a supporto di tanti autorevoli pareri, affinché non si rinnovi lo stesso errore in Abruzzo. Perché il terremoto non abbia a colpire anche lì, come in Sicilia, due volte e per sempre».  Ma come sono oggi Salaparuta, Poggioreale, Gibellina, le città della Valle del Belice devastate dalla furia del sisma?  I cinque fotoreporter le raccontano così: «Città piene zeppe di sculture, architetture futuribili, strade oversize, slarghi sconfinati e piazze agorafobiche. Quasi del tutto inanimate».  «C’è una sensazione che ti accompagna ogni volta che metti piede in questi posti», raccontano ancora. «Non sai definirla subito, ti ronza nella testa, resta lì in attesa che tu riesca ad acciuffarla mentre percorri le direttrici avveniristiche, rapito dalla bizzarria dei colori e delle forme, dalla toponomastica inverosimile, e non ricordi più se ti trovi a Trapani, in una landa del Midwest americano o in una visione di Wim Wenders».  Il Belice non è più quello di una volta. In Abruzzo c’è ancora tempo per sperare.  (
    primadanoi.it)

    MpL Comunicazione @ 10:04
    Filed under: News MpL

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