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    Montagna: lo sviluppo non si fa con i convegni

    Posted on giovedì 27 luglio 2006

    ennesima iniziativa convegnistica della Provincia dell’Aquila

    Solita e rituale assise ieri all’Aquila sullo sviluppo della montagna. Solite chiacchiere. Soliti annunci, e la previsione di istituire due nuovi organismi (del tutto inutili):  l’Osservatorio socio economico provinciale e l’Ufficio provinciale della Montagna. Questa volta l’iniziativa è stata della Provincia dell’Aquila, la prossima volta sarà della Regione, e la volta dopo della Camera di Commercio. Ormai parlare di montagna è un hobby dei nostri politici, così come parlare a vanvera di sviluppo ed innovazione.

    Il mondo della politica non perde occasione per sottolineare la necessità e l’urgenza di un riequilibrio territoriale tra le aree costiere e quelle interne. Nella scorsa legislatura il  Consiglio dedicò addirittura una solenne sessione alle problematiche degli squilibri ed alla predisposizione degli strumenti di politica per contrastarli.   La massima assise regionale evidenziò all’unanimità la "specificità" delle aree interne, in linea alle determinazioni assunte dall’Unione Europea,  sottolineando la  necessità di potenziare gli strumenti per il riequilibrio territoriale, creando un asse specifico per il territorio montano, nell’ambito del quale avrebbero dovuto  trovare particolare considerazione proposte finalizzate alla salvaguardia dell’interesse economico generale. 

    Cosa è avvenuto da allora?  Praticamente nulla, a parte moltissimi inutili convegni, assise e simposi. Spiace constatare che anche nei sedici mesi di Governo Del Turco non si è registrata una legge, un intervento significativo, una misura rilevante finalizzata a lenire un dualismo territoriale sempre più acuto, ed ormai insostenibile dopo il precipitare delle crisi industriali a L’Aquila e Sulmona.   L’analisi statistica è purtroppo inconfutabile: per tutti gli indicatori di sviluppo (tassi demografici, disoccupazione, tasso di attività, reddito pro-capite, valore aggiunto dei settori produttivi, e così via) si rileva una situazione peggiore dei comprensori aquilano e sulmontino rispetto alle altre aree abruzzesi.

    In effetti, alle dichiarazioni di principio  non hanno mai corrisposto le coerenti politiche.  Senza risorse è difficile fare il riequilibrio, e le frequenti interviste dei politici sullo spinoso argomento non hanno portato, finora, alla  moltiplicazione dei pani e dei pesci. Riconoscere la specificità della crisi delle aree interne non basta,  anzi può portare ad un grave errore di politica: ricondurre i gravi squilibri esistenti alla struttura del territorio e non, come in realtà è,  agli assetti istituzionali ed alla propagazione di spontanee dinamiche di mercato. In altri termini, le politiche economiche attuate negli anni passati ed in corso di attuazione sono tali  da penalizzare le fasce più deboli e da favorire le più forti, come le aree costiere, che già si sono sviluppate a tassi accelerati godendo di fattori competitivi naturali (disponibilità di risorse umane, economie di transazione, accessibilità, effetto propagazione del corridoio adriatico, ecc.). 

    Riconoscere la specificità della provincia interna significa, se non si vuole fare soltanto pubblicità, destinare risorse aggiuntive alla soluzione della questione del dualismo territoriale. Una questione che non è di campanile, ma che danneggia fortemente tutto l’Abruzzo. Gli squilibri danneggiano indubbiamente la provincia dell’Aquila, come dimostrano tutti gli indicatori, ma anche le fasce costiere, in termini di saturazione del territorio, costi ormai impossibili delle aree industriali ed edificabili, inquinamento e diseconomie varie. Ad esempio, se il territorio montano non fosse penalizzato (dalla carenza di infrastrutture, ad es.),  anche gli imprenditori della costa troverebbero conveniente delocalizzare le loro attività ed investire nelle aree interne, molto meno congestionate del corridoio adriatico.

    Le politiche regionali continuano ad eludere il problema di fondo della questione "aree interne":  risulta del tutto evidente che i fondi strutturali europei abbiano fallito l’obiettivo del riequilibrio,  e che  lo sforzo della Regione non sia sufficiente a contrastare dinamiche macroeconomiche che operano automaticamente per l’allargamento dei divari tra territori. Negli ultimi  anni, anzi,  cresce ulteriormente il differenziale di sviluppo, per cui le aree ricche sono sempre più ricche e le aree deboli sempre più povere e spopolate,  deprivate di quel livello minimo di risorse umane pregiate e di attività economica che innesca processi di sviluppo solidi e duraturi, proprio perché centrati sulle specifiche risorse locali.  

    Il mercato è più  forte della politica, e la politica asseconda il mercato. Il risultato finale è il progressivo allargamento degli squilibri. La coperta del bilancio regionale è troppo corta per soddisfare tutte le esigenze e mettere in campo politiche straordinarie significa reperire significative risorse aggiuntive, quantomeno  per iniziare a colmare ritardi e disagi non più tollerabili. E’ primario compito della politica indicare le priorità ed assumersi responsabilità. Se il riequilibrio territoriale è un’esigenza di tutta la Regione, occorre riempire di contenuti il concetto di "specificità" delle aree interne,  e così facendo salvaguardare l’interesse economico generale dell’Abruzzo. 

    Per combattere lo spopolamento nelle aree più svantaggiate, per bloccare la fuga di cervelli, per attrarre nuove imprese, per inventare nuove attività produttive, occorre puntare alla valorizzazione congiunta di risorse ambientali e culturali, di ricerca, di pubblica amministrazione, di servizi alle attività produttive, di infrastrutture materiali ed immateriali, di strutture assistenziali. Tutto ciò non costituisce una naturale evoluzione di trend spontanei di sviluppo, ma può essere l’esito possibile di  politiche coraggiose: chi lavora per l’Abruzzo unico e solidale, e non per gli Abruzzi a più velocità, non può eludere il punto fondamentale della coerenza tra dichiarazioni di principio e risorse,  tra programmi e strumenti per realizzarli. 

    Si può fare, la comunità aquilana lo reclama. Basta con i convegni, è l’ora dell’azione.

    Piero Carducci

     

     

    MpL Comunicazione @ 03:29
    Filed under: News MpL

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