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    L’Aquila prima e dopo

    Posted on mercoledì 6 maggio 2009

    Una data segnerà un passaggio epocale per la città dell’Aquila. C’è stata una L’Aquila prima, e ci sarà una L’Aquila dopo il 6 aprile 2009. Che la cosa sia ineluttabile non può sfuggire a nessuno, che sarà evidente anche.

    L’urgenza di restituire L’Aquila agli aquilani nei tempi più rapidi possibili, ma soprattutto di dare comunque, subito, una risposta alle decine di migliaia di persone rimaste senza nulla in cui abitare, in cui lavorare, collide con i tempi tipici della ricostruzione cui i precedenti sismi ci hanno abituato, tempi che sono in parte inevitabili, considerando l’entità del patrimonio edilizio storico da recuperare, da restaurare con le tecniche che conosciamo e non si prestano ad una esecuzione spedita. Non ritengo probabile che questo patrimonio sia restituito agli aquilani prima di quattro o cinque anni. L’idea di realizzare L’Aquila 2, la “new town” su un nuovo sito, lanciata dal presidente del Consiglio Berlusconi, ha in questa discordanza la sua ragione più forte, l’argomento su cui anche chi, come me, sarebbe contrario all’idea di una città “doppia”, deve ragionare.

    Si potrebbe obiettare che una nuova L’Aquila esiste già: è tutta quella parte la cui edificazione cominciò alla fine degli anni ’60 e che ebbe il massimo impulso allo sviluppo a partire dal ’75, nella zona a nord-ovest del capoluogo, che corrisponde per lo più all’abitato di Pettino. Si tratta di una parte di città ancora in via di completamento, costituita da un’edilizia eterogenea, in parte intensiva, in parte estensiva, di qualità urbana e architettonica mediocre, per non dire scarsa. Si potrebbe pensare alla ricostruzione come all’occasione per riqualificare questa parte di città, sennonché Pettino sorge proprio su una delle faglie individuate come le scaturigini telluriche della zona. (la situazione è ben descritta da un articolo di Repubblica del 12 u.s., ragion per cui continuare su quella linea di sviluppo urbano non sembra un buon investimento; si può pensare tutt’al più di sostituire l’edilizia esistente con una migliore e soprattutto dotata dei dispositivi che la proteggano da futuri sismi.

    L’Aquila Nuova appare quindi una necessità, ma quest’idea soffre di due gravi conseguenze: la prima è il consumo di territorio, la seconda sta nell’esubero di costruito a processo di ricostruzione ultimato. Riguardo al primo problema è un dato che, di tutte le risorse esauribili, lo spazio fisico è la più esaurita, e che l’erosione dello spazio non urbanizzato è uno dei principali disastri subiti dal nostro territorio, una iattura che sarebbe in ogni modo da evitare, o quantomeno da ridurre all’indispensabile. La seconda è che, nell’auspicabile ipotesi di non realizzare un’edilizia usa e getta, la costruzione della nuova L’Aquila, a processo di ricostruzione ultimato, comporterebbe un surplus edilizio, un esubero che si tradurrebbe anche in  una ulteriore perdita di centralità del Centro Storico, laddove sarebbe viceversa necessario porre le basi per un rilancio del suo ruolo. La questione non è solo sul come ma anche sul quanto: soprattutto parlando di urbanistica e centro storico, i due aspetti sono da considerare intimamente connessi. Ciò che dobbiamo considerare non è solo il restauro del centro storico, o dei centri storici – considerando tali anche le frazioni di Paganica o Tempera od Onna – ma anche il restauro del territorio.

    Di quali dimensioni parliamo, dunque? Ipotizziamo che la ricostruzione de L’Aquila sia condotta su due fronti: la sostituzione del patrimonio edilizio realizzato dal secondo dopoguerra ad oggi, reso irrecuperabile dal sisma; il recupero del patrimonio architettonico e del tessuto urbano storici.

    Il primo consisterebbe nell’eliminazione e dei fabbricati distrutti e nella loro sostituzione con edifici adeguati alle condizioni sismiche della zona. In questo ambito è da cogliere l’idea del Prof. Aldo Loris Rossi di rottamare anche gli edifici che, pur non essendo crollati, risultassero da  specifiche perizie, a rischio nell’ipotesi di un nuovo forte sisma; il piano di rilancio dell’edilizia residenziale su cui sta lavorando il governo dovrebbe introdurre questo come connotato principale, le Regioni e i Comuni – in particolare l’Abruzzo – dovrebbero assumerla come una priorità nell’erogazione dei finanziamenti o nella calibrazione delle agevolazioni fiscali e creditizie.

    Questa parte di patrimonio edilizio non dovrebbe far parte della città nuova, in quanto i tempi necessari per attuare l’opera di sostituzione non sarebbero molto più lunghi di quelli necessari alla costruzione ex novo altrove, se non per le operazioni di demolizione e rimozione degli edifici disastrati. Ricorrendo a un elevato grado di prefabbricazione e alle tecnologie più recenti, è possibile costruire una palazzina di medie dimensioni in meno di un anno. La Nuova L’Aquila, viceversa, sorgerebbe a supporto del secondo fronte della ricostruzione, ovvero del recupero del patrimonio storico, che richiede tempi e modalità lunghi e laboriosi. In realtà sappiamo che le cose non andrebbero in modo tanto rigido e schematico, ma il ragionamento serve a dimensionare sommariamente i nuovi interventi urbani.

    Angiolo Bandinelli commenta l’idea della new town (vedi sito dell’INU) citando l’esempio dell’esperienza britannica del dopoguerra, da cui prese l’avvio in tutta Europa una lunga serie di interventi dalle varie fortune, ma quasi tutti accomunati dall’adozione di tipi edilizi intensivi e ampi spazi verdi. Del resto la legge impone un dimensionamento tanto delle superfici edificabili, quanto degli standard urbanistici legato al numero degli abitanti. Il consumo di spazio dipende quindi da questo numero, ma anche dall’idea di città che si vorrà attuare e dalle scelte morfologiche e tipologiche che ne deriveranno.

    Forse sarebbe conveniente procedere al contrario. Invece di pensare a un unico grande intervento, e cercare di collocarlo in un modo o nell’altro, magari forzando le capacità metaboliche del territorio, si può partire che ciò che è dimensionalmente compatibile col disegno della città storica e con la natura e i limiti del sito prescelto, e procedere in questo modo per due o tre siti intorno a L’Aquila, fino al soddisfacimento del fabbisogno che emergerà. Con lo stesso criterio si può pensare a una nuova Tempera, una nuova Paganica, una nuova Onna, e così via.

    A mio avviso si tratta di realizzare nuovi insediamenti caratterizzati da volumetrie ed estensioni contenute, curati nell’architettura e in grado di realizzare spazi urbani significativi: piazze e strade e giardini in cui la gente possa riconoscersi; nuove contrade che, alludano agli spazi della città storica, che anticipino il ritorno delle funzioni commerciali e ricettive che i centri commerciali  e le multisale hanno allontanato da quello che definiamo centro commerciale naturale. Sarà una sfida innanzitutto progettuale, e poi realizzativa, costruire pezzi di città a tempi da record, quindi necessariamente ricorrendo a un elevato livello di prefabbricazione, ma con l’idea di invertire le spinte centrifughe.

    La Nuova L’Aquila sarà una sfida urbanistica ma anche economica e culturale: l’occasione della rinascita e dell’emancipazione dalla sua cronica depressione, attraverso il suoi elementi più vivi e attivi: il suo essere una città di governo, ma soprattutto il suo essere un campus universitario urbano. Se si crederà in questa vocazione il surplus di costruito a ricostruzione ultimata potrebbe dimostrarsi perfino insufficiente.

    L’Aquila sarà ricostruita, pietra su pietra, ma la forza per tornare a vivere sarà nei giovani che torneranno per studiare. La costruzione del loro futuro sarà anche la costruzione del futuro dell’Aquila.

    Roberto Di Masci

    MpL Comunicazione @ 21:13
    Filed under: News MpL

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