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    Islanda cresce…e senza Euro!

    Posted on sabato 29 settembre 2012

    Contro ogni previsione del FMI, della BCE e della Banca Mondiale, l’Islanda è riuscita a sconfiggere la crisi e a tornare lungo un sentiero di crescita sostenibile.
    I dati dell’agenzia parigina OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo, parlano chiaro: la grave crisi finanziaria dell’Islanda è praticamente alle spalle e la democrazia difesa con forza dal popolo islandese ha vinto sulle oligarchie finanziarie mondiali.
    Mentre l’OCSE prevede ancora un biennio 2012-2013 di profonda crisi economica, stagnazione e recessione (Italia, Grecia, Portogallo) per tutti i paesi dell’area euro, l’Islanda proprio nei prossimi due anni comincerà a virare in positivo dopo avere superato la fase più difficile della crisi finanziaria negli ultimi due anni.

    Oggi l’Islanda è diventata un vero e proprio laboratorio di sperimentazione e un osservatorio internazionale per tutti i paesi coinvolti nella crisi economica.
    Tuttavia la crisi economica che ha investito l’Islanda ha delle caratteristiche abbastanza particolari, innanzitutto per le dimensioni ridotte dell’isola, che può contare su poco più di 320 mila abitanti, e in secondo luogo per il modo in cui la crisi è sbarcata nell’isola.
    A partire dalla fine degli anni novanta, alcuni spregiudicati banchieri privati hanno sfruttato un periodo di tassi di interesse abbastanza alti per attirare in Islanda enormi quantità di capitali dall’estero, che a sua volta utilizzavano per concedere prestiti poco garantiti e acquistare titoli ad elevato rendimento, fra cui i famigerati subprime americani.
    Quando nel 2008 scoppiò la bolla speculativa dei subprime, l’Islanda si trovo sull’orlo del tracollo, perchè i suoi banchieri privati non potevano più far fronte ai depositi e ai debiti contratti con i paesi esteri, in particolare Inghilterra e Olanda.
    A questo punto L’Islanda aveva due possibilità: o accettare gli aiuti finanziari del FMI, il Fondo Monetario Internazionale, e della Russia, spalmando poi sui cittadini l’onere del rimborso, oppure dichiarare illecito quel debito perché generato da iniziative private e del tutto fuori controllo.
    Con una mossa a sorpresa, il presidente Grimsson decise di dare la parola al popolo, che in due successivi referendum, con un voto quasi unanime, ha scelto di dissociarsi dall’operato dei suoi banchieri e di rifiutare il supporto del FMI, perché ritenuto un ente sovranazionale interessato soprattutto a speculare sulle ricchezze dell’Islanda.
    Le banche sono state nazionalizzate ed è iniziato un percorso di partecipazione democratica alla vita pubblica, sfociato nella stesura di una nuova Costituzione, ad opera di un comitato di cittadini formato da 25 membri eletti direttamente tramite internet.
    Oggi esite la nuova Costituzione ed anche la moneta: la Corona Islandese (codice ISO = ISK) è la moneta ufficiale dell’Islanda
    La norma più importante della nuova carta costituzionale riguarda la proprietà del territorio e delle risorse dell’isola, che appartiene sempre allo stato e può essere data solo per periodi limitati in concessione ai privati, che in cambio devono assicurare un utilizzo etico e sostenibile sia del territorio che delle risorse.
    Emerge subito un dato: genuflettersi davanti alla sovranità del debito, piegarsi di fronte alle pressioni degli enti sovranazionali, svendere il proprio patrimonio pubblico agli speculatori stranieri, sobbarcare il fardello di fallimenti altrui sulle spalle dei cittadini, subordinare sempre i diritti umani degli individui a quelli impalpabili e contorti dell’economia non è sempre l’unica soluzione per uscire dalla crisi.
    Ne esiste anche un’altra. In Islanda la chiamano la rivoluzione silenziosa, perché al di fuori dell’isola nessuno ne parla; ma sarebbe giusto definirla con il nome più corretto:democrazia.

    Fonte: The Wall Street Journal
    Secondo stime dell’OCSE il PIL islandese crescerà del 2,4 per cento nel 2012, dopo il 2,9 per cento dell’anno scorso che ha interrotto la recessione. La disoccupazione dovrebbe scendere al 6,1 per cento nel 2012 – l’anno scorso era al 7 – e al 5,3 nel 2013. Anche l’emigrazione all’estero è in calo. L’Islanda, scrive il Wall Street Journal, “grazie alla sua banca centrale autonoma, alle sue decisioni autonome e alla sua valuta ha avuto margini di manovra che i paesi dell’euro possono solo sognarsi. Il suo successo è un grande esempio per capire a cosa hanno rinunciato questi paesi per entrare nell’unione monetaria. E forse è un esempio di cosa potrebbero fare se la abbandonassero”.
    Fonte: The Wall Street Journal
    La svalutazione della corona ha facilitato decisamente le esportazioni e il turismo (+16 per cento del 2010, +51 per cento rispetto al 2005). Inoltre, i consumi sono rimasti più o meno stabili. Questo è stato possibile anche grazie a politiche di espansione della spesa, soprattutto per le persone più in difficoltà, per non far calare i consumi e la loro capacità di acquisto. In più, le banche in Islanda, a differenza dell’Irlanda, per esempio, sono state fatte fallire e il costo del loro crollo è stato pagato, almeno per ora, dagli investitori stranieri, non dai cittadini islandesi. Inoltre, c’è stato il blocco dei capitali imposto dallo Stato (misura a cui si oppone l’Europa) che dura ancora oggi e che ha evitato fughe di denaro pericolose.

    MpL Comunicazione @ 20:50
    Filed under: News MpL

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