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    Giustizia, fabbrica improduttiva

    Posted on lunedì 14 gennaio 2008

    “Un sistema repressivo che non reprime è una fabbrica che non produce, è un ufficio che non rende un servizio, che gira a vuoto”: sono parole di un magistrato riferite ai problemi della giustizia sollevati dai giudici milanesi in occasione della ormai prossima apertura degli anni giudiziari.Di solito si tratta di cerimonie che soddisfano più la scena che la sostanza, ma da qualche tempo sono diventate occasioni di riflessioni sui guasti di una macchina, quella giudiziaria, che non riesce più a funzionare, vittima di carenze ma anche di cattive volontà e di difetti congeniti che nessuno si impegna ad eliminare. Così si arriva, come rivela il Corriere della Sera, ad una lettera che stanno preparando i giudici del dibattimento di Milano proprio in vista della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario nella quale quei magistrati si autodefiniscono “ lavoratori socialmente inutili”, sostenendo poi che “oggi pm, avvocati e giudici percepiscono (tutti dallo Stato) lo stipendio per fornire una giustizia penale del tutto inutile”.

    Non crediamo che si sia mai arrivati a un tale livello di drammaticità nel presentare la giustizia. Il famoso “resistere, resistere, resistere” di Borrelli diventa cosa futile, rispetto a questo messaggio, che segna praticamente la resa degli uomini in toga. Se poi è vero che da Milano partono sempre ondate destinate a invadere tutto il paese, c’è il rischio che questa volta arrivi ovunque un devastante tsumani .

    Davvero stanno così le cose? Davvero a pagare con il carcere oggi sono solo diseredati colti con le mani nel sacco e giudicati per direttissima?  

    Il resto, tra indulto e leggi accomodanti, riesce sempre a cavarsela con pochi o nessun danno? Se questa è la realtà ci sono anche colpe che toccano a chi fa informazione, perché è vera anche una accusa lanciata dai giudici di cui parliamo, che scrivono: “Molti di noi non sono mai andati sui giornali e non ci tengono. Non si tratta di desiderio di notorietà. Vorremmo invece che nel dibattito sulle sorti della giustizia si considerassero non solo i processi importanti, ma il funzionamento della macchina nel suo complesso, e le cause delle disfunzioni”. Siamo d’accordo pienamente, e riteniamo che sia urgentissimo aprire finalmente la discussione sul degrado della giustizia, fatta davvero a 360 gradi. In questo dibattito però dobbiamo far rientrare anche certi pesi che vengono usati per far funzionare la bilancia della giustizia. Ci sono sentenze che offrono quadri allarmanti, almeno quanto quelli esposti dai giudici milanesi: ad esempio mandare assolti chi blocca i treni, perché ha agito per alti valori sociali, o chi occupa una casa, perché non sa dove andare, non aiuta certo la “fabbrica”, che con la repressione di reati deve garantire corretto andamento della vita comune. Attila Jozsef, poeta ungherese, ha scritto bellissimi versi: “Se un povero ruba, non ruba, perché ha vera fame, si fa solo più povero…”. Quindi non manca nemmeno in un poeta che ha cantato la rivoluzione comunista, un riserva etica su certi comportamenti. E questo ci porta a sostenere, riguardo ai “valori sociali”, che ce n’è uno fondamentale che andrebbe sempre rispettato: dice che ogni libertà si trasforma in arbitrio (e spesso in un reato) quando va a incidere e limitare quella degli altri. Ben venga il dibattito sul funzionamento della macchina della giustizia, ma partiamo da questo assunto, perché elimina dalla discussione molti equivoci che finora hanno impedito di capire bene la realtà che viviamo.

    Gino Di Tizio, direttore La Cronaca d’Abruzzo

    MpL Comunicazione @ 17:30
    Filed under: News MpL

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