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    Giovani&Lavoro, questione irrisolta

    Posted on giovedì 21 marzo 2019

    Risultati immagini per giovani e lavoro

    La crescente disoccupazione giovanile e l’emigrazione. Uno dei record negativi dell’Italia in Europa. Uno spreco di capitale umano inaccettabile. E l’Abruzzo va ancora peggio delle pessime medie italiane.

    L’Italia non è un Paese per i giovani, e l’Abruzzo lo è ancora meno.  Che l’Italia sia un paese di vecchi, indifferente ai problemi dei giovani, i giovani l’hanno capito.  Molti si sono rassegnati, i migliori talenti vanno via, altri se ne sono fatti una ragione.  L’Italia è fanalino di coda in Europa nell’occupazione giovanile tra i 15 e i 24 anni, con un tasso del 15% contro il 28% della Francia, il 44% della Germania, il 49% del Regno Unito e il 18% della Spagna.  Numeri vergognosi, indegni di un Paese cosiddetto avanzato. In Abruzzo, la stessa musica, anzi riusciamo a fare anche peggio.

    Solo nel 2018, più di 60mila giovani italiani (tra i 18 ed i 38 anni) si sono trasferiti all’estero per cercare una migliore prospettiva di lavoro e di vita. È come se una città popolata solo da giovani, delle dimensioni dell’Aquila, si staccasse come un’isola dallo Stivale per andare per mare in cerca di fortuna.

    Una indagine (seria) della SWG sulle percezioni che gli italiani hanno della loro situazione socio-economica ci aiuta a capire la crisi dei giovani. Il 60% dei ragazzi con meno di 25 anni reputa di avere uno status socio-economico peggiore di quello dei propri genitori. Chi è scontento e non pensa che le cose possano cambiare ha davanti a sé una sola strada: emigrare.  L’Abruzzo, ahimé, non fa eccezione: 3mila giovani ed 1/3 dei giovani laureati lasciano ogni anno la regione. In Abruzzo la metà dei giovani laureati se ne vanno. Un immane spreco di capitale umano, una situazione inaccettabile alla quale il Programma di Governo del neopresidente Marsilio promette di porre rimedio. Speriamo.

    I giovani di oggi sono la prima generazione che starà peggio dei propri padri e delle proprie madri, questa è la realtà oggettiva.  La crisi lavorativa dei giovani è frutto di due fenomeni:

    a.la scarsa crescita economica, peggiorata dalle folli politiche di austerità imposte dagli eurocrati negli ultimi 20 anni;

    b.il disallineamento tra le competenze offerte dai giovani e quelle domandate dalle imprese.

    A questo si aggiunga che, in Italia, resta modesta la spesa in istruzione e formazione e resta modestissima la spesa pubblica (Stato e Regioni) per l’innovazione e per il trasferimento della innovazione al sistema delle imprese, per produrre reddito e lavoro. Eh già, perché il lavoro non è il frutto degli alberi.  Il lavoro è  conseguenza della crescita economica, e senza sviluppo non c’è lavoro.

    A questo punto la domanda cruciale. C’è speranza per i giovani? L’Italia e l’Abruzzo torneranno a crescere? La risposta è semplice e drammatica: se le politiche economiche (europee, nazionali, regionali) verranno ri-orientate alla crescita, la speranza c’è.  Altrimenti restano emigrazione e protesta.

    Crescita sì, ma quale crescita?

    Troppo spesso i giovani che cercano lavoro si rivolgono solo alla Pubblica Amministrazione, dove le opportunità sono scarsissime,  oppure ai grandi gruppi industriali, dove diventano spesso dei numeri, mentre tantissime occasioni sono appena fuori casa, basta vederle.  I giovani devono mettersi in gioco partendo dalle proprie competenze, analizzando le esigenze del territorio e riversando sul territorio quello che sono in grado di fare. Il settore pubblico dovrebbe attivare una rete relazionale che  aiuti a  valorizzare la persona e il contesto in cui vive.  Questo occorre fare facendo perno sulle tre Università abruzzesi, che devono diventare  nodo della rete delle relazioni del territorio, luogo dove si incrociano le risorse pubbliche, il know how, le domande del territorio e le offerte dei giovani. L’Abruzzo, ad esempio,  è una miniera di opportunità di lavoro nel settore agroalimentare. Noi sappiamo cosa fare per trasformare le “opportunità di lavoro” in “posti di lavoro”, ma sinora sono mancati interlocutori istituzionali attenti allo sviluppo. Speriamo le cose cambino e questo dipende anche da noi.

    In definitiva, la formazione e l’occupazione dei giovani vanno rimessi al centro dei programmi di politica economica.  Dobbiamo ascoltare le recenti parole di Papa Francesco: “che qualcuno si accorga di quale risorsa i giovani costituiscano per la società, oltre che per se stessi e per le loro famiglie, e al tempo stesso di quale carico di inquietudine, di difficoltà e di solitudine essi si trovino oggi ad affrontare”. Spesso i giovani sono oggetto di giudizi impietosi, come stanno a testimoniare i diversi stereotipi che sono stati coniati per porre in evidenza i loro difetti: schizzinosi, bamboccioni, sdraiati… eppure bisognerebbe riflettere sul fatto che loro sono lo specchio della generazione adulta che a volte  li disprezza. Non solo: dietro molti dei loro comportamenti si nascondono il disorientamento, la paura del futuro, la sfiducia radicale con cui affrontano la vita. Non mancano loro le ragioni per essere tristi e preoccupati: basti pensare alla ricordata fatica con cui i giovani riescono a inserirsi nel mondo del lavoro!

    In attesa e nella speranza di un cambiamento radicale nelle politiche economiche, una risposta importante la può dare l’Orientamento, ed anche su questo campo vanno valorizzate le enormi competenze delle Università.   Questo per contrastare la seconda causa di disoccupazione: il disallineamento tra le competenze offerte dai giovani e domandate dalle imprese.

    I giovani devono trovare dentro sé stessi la capacità di reagire. Mai arrendersi! Mai scivolare in posizioni di comodo! Mai farsi guidare da logiche rinunciatarie!

    La difficoltà dei giovani a trovare lavoro, oggettiva e “di sistema”, richiede una forte reazione psicologica individuale. Se ciascuno di noi non può pensare di modificare lo scenario globale, può tuttavia “adattarsi al contesto”,  produrre dei cambiamenti nel proprio “mondo di riferimento”, tali da innescare una reazione positiva.

    Oggi è moto difficile individuare, come in passato,  un settore lavorativo “sicuro”. Il posto fisso da inizio a fine carriera è una rarissima eccezione.  Cosa ne deriva?   Per quanto riguarda la scelta del percorso di studio meglio puntare su ambiti gratificanti e capaci di valorizzare appieno le  attitudini, piuttosto che sui settori oggi ricchi di sbocchi occupazionali, ma solo in linea teorica.  Inoltre, va riservata particolare attenzione alla scelta della scuola e dell’Università, verificandone con particolare scrupolo il valore formativo. La formazione è un investimento, non è una spesa, e conviene consumare meno cose futili e studiare di più!  Sicuro il ritorno.

    Le competenze non si apprendono solo sui libri.  L’orientamento aiuta a costruire il nostro percorso di vita, ci aiuta a selezionare la giusta formazione e  specializzazione, che preveda studio,  project work, esperienze di alternanza scuola/lavoro,  tirocini e stage anche all’estero.  Senza la conoscenza fluente di almeno una lingua straniera (inglese,  tedesco, spagnolo) è difficile trovare una buona occupazione almeno nelle fasce alte!

    Insomma, con l’orientamento saremo in grado di affrontare il mondo del lavoro con più consapevolezza, competenze e strumenti.  Ma nessun orientamento potrà sostituire la necessaria voglia di fare, la grinta a riuscire, la spinta a migliorarsi ogni giorno. Per riuscire nella vita, prendete bene in considerazione queste due massime: volere è potere; osare è avere.

    Una famosa massima vale più di 100 consigli:  “Chi dice che fare una cosa è impossibile non dovrebbe disturbare chi la sta facendo”.
    (Albert Einstein)

    Piero Carducci, economista

    MpL Comunicazione @ 13:11
    Filed under: News MpL

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