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    Giovani tornano alla politica, ma non ai partiti

    Posted on sabato 7 aprile 2012

    La paura e l’incertezza sul futuro sono servite da motore. Una spinta per «abbandonare una concezione individualistica e abbracciare battaglie che possano riguardare tutti». Il bene comune torna in primo piano, spiega Cristina Pasqualini, ricercatrice dell’Università Cattolica. Già perché questa generazione di ventenni che i sociologi chiamano «alfa» o «mobile» ha visto i fratelli maggiori scontrarsi con un mondo del lavoro esclusivo che li ha costretti a una migrazione continua da un posto all’altro. Con contratti che spesso li hanno sfruttati, sottopagati o lasciati a casa. Come quel milione di ragazzi che, secondo i dati di ieri dell’Istat, ha perso il posto negli ultimi tre anni. Il premier Mario Monti ha ribadito che «lo scopo principale della riforma è porre rimedio alla disoccupazione giovanile». A loro rimane una consapevolezza: «Per la prima volta dal Dopoguerra a oggi non arriveremo mai ad avere lo stesso stile di vita dei nostri padri». Così vorrebbero cambiare, migliorare. Costruire una società più armonica, dove non ci siano diseguaglianze marcate.

    Quindi ritrovano nell’impegno in prima persona una necessità. Un ritorno di protagonismo sulle scene, spiega Enzo Risso direttore scientifico di Swg, cominciato nel 2008, quando «la precarizzazione esistenziale è diventata una realtà che ha cambiato tutti gli equilibri. Così siamo di fronte a prodromi». E se il 44% degli under 34 vorrebbe ribellarsi o sogna la rivoluzione, il 15% vuole organizzare movimenti di protesta. Mentre uno su due vuole impegnarsi in una politica lontano dai partiti. Jacopo Lanza a vent’anni ci è riuscito. Milanese di nascita, si è trasferito a Roma per entrare nella segreteria nazionale dell’Uds, Unione degli studenti. Una sorta di sindacato che ne difende i diritti. «Viaggio in tutta Italia, incontro ragazzi, cerco di capire le problematiche e come affrontarle». Per lui la parola impegno, «significa responsabilità». E si rammarica, quando «non c’è costanza. In molti hanno cominciato una battaglia per abbandonarla e concentrarsi sul lavoro o sullo studio». Così ha fatto Iacopo Bissi. Al terzo anno di Giurisprudenza alla Statale di Milano, ha accantonato la politica per «disillusione». Cercare di cambiare il Paese «senza interlocutori seri nella classe dirigente, è davvero difficile». Il suo impegno, però, non è finito. «Non sono andato all’estero perché voglio fare il magistrato. Questo sarà il mio apporto alla società».

    Per chi sceglie di rimanere, c’è chi decide di partire. Daniela Deserio, 29 anni, fa parte di quel 37% impegnato nelle associazioni. Tre settimane e prenderà un aereo per Khartoum, Sudan, dove l’anno scorso ha lavorato sei mesi nell’ospedale di cardiochirurgia di Emergency, il Salam Centre. La definisce «un’esperienza vagamente eccezionale». E c’è da crederci. In Africa Daniela ha conosciuto giovani cooperanti britannici, neozelandesi, serbi, «persone con altri indirizzi mentali con le quali è scattata un’intesa istantanea». Ragazzi che sentono «la missione», certo, ma s’impegnano a dare un contributo concreto. Questo ritorno al protagonismo, dunque, non riguarda solo l’Italia. Perché nell’era della globalizzazione quello che accomuna sono anche le idee e la voglia di cambiare. Dagli indignati spagnoli al movimento Occupy presente negli Stati Uniti, in Russia e in Inghilterra. Passando per la Grecia. All’estero si sono riempite le piazze, sono state montate le tende. E in Italia? «In questi ultimi anni c’è stata una forte mobilitazione studentesca, così come una risposta sindacale alle problematiche del mondo del lavoro. Ci sono state manifestazioni molto partecipate, come quella di Roma il 15 ottobre con 200 mila persone. Peccato che poi né la polizia né il movimento sia riuscito a controllare la piazza». Lo spiega Donatella Della Porta, professoressa di Sociologia all’Istituto Universitario Europeo. Per lei ci sono diverse ragioni per cui non è nato un Occupyitaliano. «Non è mai stato trovato un momento unitario in cui gli obiettivi di tutte le proteste riuscissero a diventare uno e comune a tutti. Poi non c’è stato un crollo drammatico nelle possibilità economiche, come non sono state applicate, politiche di austerity così minacciose. E infine l’arrivo del governo Monti ha trovato d’accordo tutte le forze politiche, lasciando i movimenti senza un vero interlocutore. E un esecutivo tecnico è più difficile da attaccare».

    Qualcuno ci ha provato. A Milano, il 31 marzo, ha sfilato il primo corteo contro il governo Monti. Tra i diecimila partecipanti c’era anche lei: Alice Pennati, 25 anni, di Lecco. I lunghi capelli scuri le incorniciano il viso dalla carnagione chiara. Gli occhi azzurri hanno uno sguardo intelligente, vivo. Studentessa fuorisede all’Università Statale in Scienze Internazionali, si divide tra i libri, un lavoro in una libreria del centro di Milano («mi mantengo da sola») e la militanza: fa parte del collettivo Labout e del centro sociale Zam. Quel sabato di due settimane fa è scesa in piazza. «Ci hanno già rubato il futuro, ma non ci possono prendere per stupidi». La fa arrabbiare una riforma del Lavoro che «dicono essere per i giovani, ma non lo è». Snocciola dati, spiega le ragioni. «La militanza è anche questo: cercare di sensibilizzare le persone sui temi che riguardano la nostra società. E provare a mettersi in gioco». La grinta c’è. Anche la consapevolezza che i ragazzi italiani «si fanno scivolare le cose addosso, non hanno troppa voglia di reagire». Chi sicuramente non abbandonerà la strada che ha scelto è Stefano Facchini. Lui vive la fede come militanza attiva. Tanto da arruolarsi tra le fila di Comunione e Liberazione, il movimento fondato da Don Giussani, che ha registrato un aumento significativo degli aderenti. «Il piacere a poco prezzo non mi interessa, sono per la soddisfazione totale; per questo partecipo all’esperienza di CL, grazie alla quale Cristo è divenuto sempre più la risposta alle mie esigenze più profonde», spiega Stefano, 24 anni. Tra poco si metterà in tasca una laurea in Astrofisica e partirà per un Phd (dottorato) all’estero. «Il mio lavoro non può prescindere dalla partecipazione al movimento: da futuro scienziato voglio condividere il continuo stupore di fronte all’ordine inimmaginabile dell’universo».

    Dunque si riparte da qui. Dalla partecipazione di una generazione che vuole cambiare un futuro incerto e non garantito. Non si fidano della classe dirigente, tanto che il 41% crede che se avesse uno spazio governerebbe meglio. Intanto però, continua la ricercatrice Pasqualini, «si stanno inventando un modo nuovo di fare politica». E aggiunge Risso: «Credono nel rinnovamento del sistema, perché il capitalismo in questa forma non ha funzionato. Vogliono una società più armonica e rilanciano una sfida a livello globale». Ecco la generazione «alfa».  Da www.corriere.it

    MpL Comunicazione @ 16:43
    Filed under: News MpL

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