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    Fortemente scossa

    Posted on mercoledì 22 aprile 2009

    A ben vedere la vita è proprio strana: è l’unico bene del quale si può sentire la mancanza solo avendolo ben stretto tra le mani. Adesso a stare lontana da casa, o meglio a non sapere se ci sarà più o meno una casa, provo un sacco di sensazioni contrastanti. La gioia di esserci ancora, il disagio della vita transumante, gli sbalzi d’umore da stress si stratificano in qualcosa di mai provato prima.

    Abbiamo vissuto oltre 20 secondi di eternità. Chi ci è passato sa
    perfettamente di che parlo: non è vero che quando stai per morire la
    vita
    ti passa davanti. La vita ti si presenta addosso come un monolite, è
    tutta
    intorno a te eppure così lontana… E senti tutta la tua paura. La paura
    di perdere la possibilità anche di averla, quella fottutissima paura che
    ti immobilizza sotto una scrivania mentre ti piovono addosso come
    proiettili i tuoi amati beni. Siamo stati tutti come sospesi, mentre
    intorno piovevano calcinacci, mentre la luce saltava, mentre il gas
    inondava le strade ed assieme alla polvere disegnava nuovi scenari.
    L’orizzonte improvvisamente si è incrinato e ci è crollato addosso.

    Io ero rientrata da un paio d’ore. La scossa precedente mi aveva
    inquietato, ed avevo deciso di andare a fare due passi, e qualche tazza
    di
    incoraggiamento al sonno. Avevo spento il portatile da poco e dormivo il
    sonno dei giusti pensando che comunque il giorno dopo non ci sarebbe
    stata
    scuola, e che potevo continuare a rotolarmi sotto le coperte fino a
    tardi,
    previa telefonata di ricognizione. Pensavo a come recuperare le lezioni
    perdute, che sennò stì ragazzi alla maturità che gli raccontano… Per
    fortuna il mo corpo non ha perso tempo a riflettere e si è posizionato
    proprio dove doveva essere. L’avevo progettata tante volte, quella
    scena.
    Fifona, ma organizzata. Non ho avuto tempo di avere panico. Solo quello
    di
    infilarmi sotto la scrivania, mettere le mani dietro la nuca ed
    aspettare.
    Aspettare di respirare ancora. Aspettare di sentire le voci degli altri.
    Aspettare di camminare ancora, e poi correre, correre giù a rotta di
    collo
    sui calcinacci, per le scale…

    Appena finita la centrifuga ho scoperto d essere tutto sommato molto più
    forte di quanto io stessa credessi. Niente panico, niente fretta. Gesti
    precisi, lucidità folle di chi pretende di sopravvivere anche quando la
    natura non sembra dello stesso avviso. Chiamo i miei. Portatile, borsa,
    soldi, scarpe, occhiali. Le coperte già le avevo messe in macchina,
    preventivamente. Non sento la voce di mio fratello. Mamma strilla: un
    mobile è caduto davanti la porta. Pensavo peggio: i mobili si spostano,
    si
    chiamano così per questo. Ce la possiamo fare. Urlo a tutti di
    vestirsi e
    scappare, non so quante volte. Agguanto i vestiti in blocco. Poi
    scoprirò
    di avere pescato un completo ?elegante? di lana, due cappotti… per
    fortuna anche un paio di jeans. Metto un pile e mi maledico per non aver
    dormito con la tuta come nei giorni precedenti. Urlo ancora, non capisco
    se sono pronti. Il mobile è stato spostato, papà si è leggermente
    tagliato, ma pace. La strada è libera. Mi fiondo per le scale, i
    calcinacci sono scivolosi, la polvere è dappertutto. Esco fuori tra i
    primi.

    Apro il cofano della macchina e ci butto dentro tutto quello che ho in
    mano. La luce va e viene, si sentono urla, e crepitii di mattoni che si
    sbriciolano. Si sentono le urla di chi è rimasto bloccato in casa, le
    suore del convento di fronte.. una studentessa dell’altra scala.
    C’è un
    ragazzo che prova a liberare la porta. Un paio di tentativi, poi ci
    riesce
    e scendono entrambi. Sposto la macchina: non tutti i segni della pioggia
    di cemento che ha addosso sarebbero stati mortali, ma io ho una sola
    testa. Solo i fari della macchina nel piazzale, sulla polvere bianca
    fanno
    effetto nebbia. Le suore ospitano un sacco di anziani, di disabili.
    Piano piano emergono dal portone come fantasmi. Urla, alcune porte sono
    bloccate: provo a chiamare i soccorsi. Le linee sono bloccate, il
    cellulare è utile solo come arma da lancio, ma per questo nemico è
    un’arma
    decisamente sottodimensionata. Mi sento piccola, fifona ed impotente.
    L’odore di gas diventa sempre più penetrante, acqua cola da
    dappertutto.
    Intanto polvere, polvere ovunque.

    Scendono anche i miei, scende la vicina di pianerottolo con la
    badante…
    Scende Vincenzo dall’ultimo piano. Scendono tutti, uno dopo
    l’altro
    emergono dall’androne. Mio fratello è l’unico con la valigia.
    Alle 4
    doveva svegliarsi e partire, caricherà sull’autobus vestiti e
    calcinacci
    ed andrà via con l’angoscia di averci lasciati qui. Meglio che vada
    lontano, lontanissimo.

    I palazzi più vecchi sono crollati sulle macchine parcheggiate, ne vedo
    due spiaccicate da lastroni e travi. Di lì non si passa. Ricominciano le
    scosse. Quando parlano di assestamento chi non lo ha vissuto pensa alla
    luce dopo un tunnel: non è stato così. Prima un ringhio, un rombo, un
    suono basso che il tuo stomaco percepisce prima di sentirlo. Poi tutto
    trema. A lungo, a volerti spezzare. Poi di nuovo quel rumore di mattoni
    che cozzano tra di loro, che stridono, che si sbriciolano. I tramezzi
    che
    cedono, le macerie che cadono per terra. Da S.Domenico si alza una
    colonna
    di fumo, o di polvere, non si capisce bene. Il ponte regge ancora. Dei
    ragazzi scappano via, scavalcano un muro, lo saltano lasciandosi cadere
    sui cassonetti. Paura palpabile, paura di buio e polvere.
    Anche l’asfalto ha delle crepe, i giardinetti si riempiono di gente
    senza
    scarpe, con le coperte in testa. Via XX settembre si riempie di
    macchine.
    Le vediamo dall’alto, puntini di luce immobili che non possono
    andare da
    nessuna parte. Sardine in scatola. Ancora non potevamo sapere…

    Mancano delle persone all’appello: da brava idiota galvanizzata
    dall’aver
    portato fuori la pelle vado in missione a S.Maria di Roio. Calcinacci,
    pietre, la strada ne è disseminata. Un ragazzo con le stampelle, due
    ragazze che camminano pianissimo. Le sgrido, urlo loro di correre. M
    rispondono che sono senza scarpe e mi vergogno. Continuo a correre. La
    chiesa non è esattamente come la ricordavo, ad usare eufemismi. E
    soprattutto pietre, pietre dappertutto, cadute dalle brecce che si sono
    aperte ovunque. Salto quello che posso saltare, per il resto schivo e
    spero che la terra non decida di tremare ancora. Trovo chi mi serviva e
    di
    nuovo, di corsa, verso il piazzale. E’ andata bene. Ma se ancora
    adesso ho
    le palpitazioni c’è il suo bel perché…

    E poi altre scosse, scosse in continuazione. Tremano gli alberi, tremano
    le persone, trema anche l’aria. Ed ancora non sappiamo nulla di
    amici,
    parenti… Piano piano arrivano i primi messaggi: ti ho cercato, riesco
    a
    parlare con Teramo: li ha tirati giù dal letto anche li, hanno capito
    tutti subito che dall’altro lato del Gran Sasso le cose si erano
    messe
    decisamente male. Lo sanno i genitori che aspettano un segno di vita dai
    figli, lo sanno gli studenti che per una casualità non sono tornati come
    al solito di domenica. Le due facce della stessa medaglia: la
    disperazione
    e la salvezza. La morte e la vita. Casa è ancora su, ma vibra come un
    animale ferito. Il suo lavoro l’ha fatto: siamo tutti salvi, e
    fuori..
    Non tutti possono dire la stessa cosa, ma allora non potevamo ancora
    saperlo.
    Le scosse continuano, la terra ruggisce, mugugna, bofonchia, si agita e
    trema, trema ogni minuto. Si cominciano a vedere le prime luci blu,
    suonano le ambulanze. Ancora adesso per me silenzio significa sentire
    solo
    le ambulanze, e gli elicotteri dei soccorsi. Se senti quelli, la terra è
    ferma, se senti le sirene non hai altro di cui preoccuparti. Se le senti
    sei vivo, nonostante tutto.

    Passa un tempo che sembra infinito, passano ore. Scatta il piano di
    evacuazione familiare: rotta per l’apiario. La mia macchina ha il
    parabrezza rotto, la debbo abbandonare. La macchina di papà era pronta
    per
    fare dei lavori il giorno dopo, e dietro non ha i sedili. Mi accampo
    come
    posso, si parte. Si prova la sortita per via XX settembre. Lì
    cominciamo a
    capire. Casa dello studente non c’è più. Semplicemente non c’è.
    I mezzi di
    soccorso chiudono tutte le strade utili: anche il tratto di strada che
    passa sul ponte di s.appollonia (protettrice dei dentisti, ma a quanto
    pare non dei comuni mortali dotati di zanne) è chiuso, pieno di macerie,
    pieno di mezzi, dei vigili del fuoco, credo. Si torna indietro, si passa
    dal ponte di Belvedere. In accelerazione, col fiato trattenuto, ci dice
    bene. Mi dicono che il ponte è ancora lì, ma ora non ho i mezzi per
    controllare. Gigante di cemento, non cedere… E poi lo vediamo,
    l’hotel
    caduto come un castello di carte, con tutti i suoi tramezzi
    ordinatamente
    ripiegati, l’uno sull’altro. Senso di totale irrealtà. Sembra
    un film di
    fantascienza. Dovunque ci giriamo crolli, macerie, polvere…Come una
    zona
    di guerra.

    Ce ne andiamo via così, attraversando la città che vivevamo da 30 anni
    senza riconoscerla. La chiesa di S.Elia ha perso una parte della
    facciata,
    registro l’evento. Comincio a razionalizzare che niente sarà più
    come
    prima. Arriviamo all’apiario che sono ormai le 5 passate, è ancora
    buio.
    Cerchiamo qualcosa per accamparci: sdraio, vecchie coperte. Per fortuna
    mio padre colleziona stufette, almeno non moriremo di freddo. Poi arriva
    l’alba, fredda, incerta, ma pur sempre alba. Nonostante tutto tocca
    continuare a vivere, a quanto pare. Se ci fossero bar ancora in piedi
    avremmo potuto andare tutti li a bullarci con gli amici di essere
    scampati
    ad un 9 grado scala mercalli… Non è certo cosa da poco, direi. Ma gli
    amici sono sparsi ovunque, e di bar neanche a parlarne. (In realtà pare
    che il boss sia ancora in piedi. Cara vecchia cantina sopravvissuta a
    ben
    2 terremoti che tutto hanno cancellato… Fossero stati li come al
    solito
    con il bicchiere in mano gli studenti, piuttosto che in quella moderna
    trappola di quasi acciaio e cemento sabbiato…)

    Noi ci tireremo su, con le buone o con le cattive. Siamo abituati ad
    avere
    a che fare con una terra aspra, con un clima impossibile, con noi
    stessi:
    non basta un terremoto per piegarci. La parola che meglio definisce
    l’aquilano è ?quadrato?. La mia gente è quadrata. Come i mattoni ha
    bisogno di scosse molto forti per decidere di muoversi, ma quando lo fa,
    lo fa sul serio. L’aquilano è quadrato perché è testardo, pieno di
    spigoli. Ma solido. Nessuno di noi ha pianto in televisione. Nessuno ha
    chiesto pietà, nessuno vuole l’elemosina. L’aquilano adesso si
    chiede che
    fare, si domanda che ci fa tutta questa gente con le telecamere… e
    cerca
    risposte concrete. L’aquilano è peggio di S.Tommaso: le cose non le
    vuole
    solo vedere, ma toccare, annusare, soppesare, toccare…
    Siamo gente di montagna. Non siamo abituati alle chiacchiere. Ne abbiamo
    fatte e ne faremo ancora tante, ma non ci piacciono più di tanto. Le
    chiacchiere per noi sono un’attività serale, roba per far scendere
    meglio
    un bicchiere di rosso prima di andarsene a dormire. E se non
    smetteranno a
    breve, se non lasceranno il passo ai fatti, faremo un macello che il
    terremoto al confronto sembrerà una brezza di primavera. Siamo vivi…
    Solo che adesso ce ne siamo accorti.

    MpL Comunicazione @ 21:55
    Filed under: News MpL

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