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    Due puntate sull’economia americana – 1

    Posted on lunedì 28 agosto 2006

    prima puntata: gli Stati Uniti, locomotiva del mondo

    L’economia americana, ahimè, mostra segni di recessione, dopo quindici anni di crescita. I mutamenti in atto nell’economia USA porteranno, ovviamente, ad importanti effetti sulla congiuntura economica europea ed italiana, che devono essere compresi prima per comprendere, fino in fondo, con quali problemi (molti) ed opportunità (poche) avremo a che fare nei prossimi anni.  In questa prima puntata, trattiamo del successo dell’economia americana. Nella seconda, che sarà pubblicata tra qualche giorno, della probabile recessione e degli effetti.


    1.L’America, per fortuna che c’è l’America…

    Appena dieci anni orsono commentatori "autorevoli" giudicavano inarrestabile la potenza economica del Giappone, ed in declino il ricco, ma flaccido, stile di vita americano.  Nessuna  previsione è stata più sbagliata. Oggi abbiamo la conferma che gli Stati Uniti sono stati per almeno quindici anni – per restare alla storia recente – la vera locomotiva del mondo. Dopo un paio d’anni di stasi, nel biennio 2001-2002, gli USA sono cresciuti a ritmi stupefacenti fino a tutto il 2004, hanno rallentato nel 2005 e mostrano ora segni di cedimento nel 2006. Limitiamoci ora al periodo d’oro, ovvero ai quindici anni dal 1991 al 2005. In quel periodo Giappone ed Europa sono cresciuti a tassi di "zero virgola" mentre gli USA sono cresciuti a ritmi vertiginosi, tra il 4% ed il 7% l’anno. Incredibile, soprattutto se paragaonato alla quasi recessione dell’Unione europea. Le difficoltà dell’Europa ancora oggi dipendono in buona parte dall’incapacità dell’Europa stessa:  il Patto di stabilità ha svolto un ruolo importante favorendo la convergenza delle diverse economie verso comuni obiettivi di bilancio, ma non ha favorito lo sviluppo ed  è  tempo di cambiare rotta.  Non distinguendo investimenti e spese correnti, il Patto ha avuto un effetto perverso sugli investimenti pubblici: un rozzo errore originario che ha creato troppi problemi alle nostre economie.  In uno stato di scarsa presenza dell’Europa politica,  per i governi nazionali  è stato più semplice (ed elettoralmente  meno doloroso)  non realizzare le infrastrutture, piuttosto che tagliare le spese correnti e riformare in profondità sistemi pensionistici ormai insostenibili.  Si sono così ridotti anno dopo anno gli investimenti in centrali elettriche, ferrovie, strade, formazione,  ricerca,  innovazione, ovvero sono state tagliate proprio le spese più  importanti ai fini della generazione di reddito futuro. Gli investimenti pubblici in Europa sono ormai prossimi allo zero: negli ultimi dieci anni sono cresciuti del 6% l’anno negli Stati Uniti, del 2,4% in Gran Bretagna, ed appena dell’1,5% l’anno nell’area dell’Euro,  cioè nell’area del Patto di stabilità.

    Le ragioni della incredibile performance degli Stati Uniti sono molte, ma una in particolare pare in grado di spiegare buona parte della crescita stessa (secondo le analisi USA).  E’ ormai accertato che lo sviluppo americano è sostanzialmente figlio della Società dell’Informazione (e dei correlati investimenti pubblici). Per accelerare la crescita in Europa  sarebbe dunque necessario investire in reti e servizi di telecomunicazione, formazione nelle nuove tecnologie, innovazione nei prodotti  e nei processi produttivi, diffusione delle nuove tecnologie nella Pubblica Amministrazione. Il contributo della Società dell’Informazione allo sviluppo è quantitativo e qualitativo: le tecnologie della comunicazione pervadono tutte le attività, generano innovazione,  incrementano la produttività globale del sistema economico, migliorano la situazione delle aree interne favorendo la delocalizzazione delle produzioni e dei servizi. 

    E’ l’aumento della produttività globale, risultato delle tecnologie dell’informazione, la causa dello sviluppo. Quella americana non è, dunque, un’economia di carta, ma ha fondato  lo sviluppo accelerato degli ultimi quindici anni su fatti strutturali: importanti investimenti pubblici nelle "autostrade elettroniche",  nell’innovazione tecnologica, nella ricerca e nella formazione. Agli investimenti pubblici si sono accompagnati quelli privati, soprattutto nell’edilizia, nelle opere pubbliche e nei nuovi servizi di comunicazione. 

    Ne risulta sfatato il luogo comune dominante, secondo il quale la formula del successo di un territorio è basata sulle politiche monetarie e sulla  flessibilità spinta del mercato del lavoro.  Non che la flessibilità del lavoro e la politica monetaria non siano importanti, ma certo da sole non possono  determinare lo sviluppo economico, che si fonda appunto su fatti reali e di struttura. In verità, la crescita e la flessibilità devono procedere insieme: la crescita porta all’allargamento della base produttiva che la flessibilità realizza al meglio in termini di nuovo lavoro, eliminando i troppo rigidi confini del mercato del lavoro. 

    Ma quel che più sorprende è che mentre il Governo USA ha riscoperto ricette tipicamente keynesiane (la spesa pubblica produttiva)  ed ha realizzato imponenti investimenti  nelle reti e nella conoscenza, fonte di ogni ricchezza, l’Europa è tuttora affascinata dalle teorie monetariste.  E la Banca Centrale Europea, alla quale la politica  troppo spazio ha ceduto,  continua a tenere alto il prezzo dell’Euro ed a difendere un ormai indifendibile Patto di stabilità che tutti sanno essere  divenuto il Patto della stupidità ma che l’Europa politica non è in grado di modificare.  Così mentre in America si predica il neoliberismo e si pratica  invece la spesa pubblica, in Europa si predica lo sviluppo solidale e si praticare una politica fondata sulla strenua difesa del valore dell’Euro, che non ha portato  sviluppo né occupazione,  ed anzi finirà per renderci tutti più poveri.

    Ed inseguendo  il fantasma dell’inflazione, l’Europa rischia di minare le vere fondamenta della crescita: gli investimenti pubblici e privati in ricerca, nelle nuove tecnologie e nella formazione del capitale umano. (fine prima puntata)

    Piero Carducci

     

    MpL Comunicazione @ 02:45
    Filed under: News MpL

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