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    Credito, problema serio per le imprese

    Posted on giovedì 1 giugno 2006

    il sistema del credito, tallone d’Achille della regione

    In Abruzzo il 95% delle imprese  ha meno di 10 addetti e l’80% ha solo il titolare. Il nanismo industriale costituisce un grave problema per la nostra economia: le imprese abruzzesi sono veramente troppo piccole per investire in ricerca&sviluppo, per muoversi con disinvoltura sui mercati internazionali e per poter avere il sufficiente potere contrattuale con le banche per quanto riguarda l’accesso ed il costo del credito. In alcune aree, come l’aquilano, al nanismo della piccola impresa si accompagna pure la progressiva riduzione del numero delle grandi imprese.  Il quadro generale appare quinidi problematico:  grandi imprese che diminuiscono, piccole imprese che aumentano ma fanno fatica a reggere la competizione, sottocapitalizzate, scarsamente innovative e  sottodimensionate.

    Il grande problema, del tutto irrisolto dalla politica regionale industriale e della formazione,  è proprio quello di cosa fare per sostenere la crescita (dimensionale e numerica) delle nostre piccole imprese autoctone.  Imprese come Micron e Sevel, infatti, crescono e prosperano  nonostante l’assenza di politiche locali efficaci, e dispongono di tutte le risorse per affrontare con successo  la competizione internazionale. Le piccole imprese, invece, non ce la fanno da sole, ed abbisognano di strumenti selettivi ed efficaci di politica regionale.  E’ nota la distanza che ci separa dall’esperienza di altri Paesi, in cui è diffuso l’utilizzo di forme di assistenza al momento della nascita di un’intrapresa, mentre in Abruzzo il sistema pubblico scoraggia più che incentivare ogni iniziativa imprenditoriale.

    Tra i problemi della piccola impresa, certamente non l’ultimo, c’è il difficilissimo rapporto tra imprese e banche. L’evidenza empirica del problema creditizio è quella vissuta giornalmente dai nostri imprenditori e costituisce oggetto e contenuto di continue indagini, ma veramente di pochi fatti. La provincia di Bologna ha il costo del denaro più basso d’Italia, Vibo Valentia il più alto. Mediamente un imprenditore del Sud paga il denaro 5 punti percentuali in più rispetto ad un imprenditore del Nord. Tra le 103 Province italiane, quelle abruzzesi si collocano rispettivamente: L’Aquila al 67° , Chieti e Pescara al 71° e 72° posto,  Teramo al 74° posto. In Abruzzo, il costo del denaro è di circa il 2,5% più elevato rispetto a quelle del Nord.  In una fase di difficoltà della piccola impresa, tale ulteriore fattore rischia di rappresentare un freno alla crescita.

    I processi di acquisizione-fusione conosciuti dalle banche italiane, hanno depotenziato di fatto il sistema creditizio abruzzese.  In un periodo in cui si analizzano i processi di finanziarizzazione e globalizzazione dell’economia, si è amplificata la domanda di "banca locale" da parte degli operatori economici e si è riconsiderato il ruolo del territorio come luogo dove si formano reti materiali e immateriali, si concepiscono strategie, si sviluppano saperi e non solo come luogo di produzione. Il sistema creditizio non è "neutrale" nello sviluppo regionale, anzi riveste un ruolo centrale come fattore di sviluppo e "istituzione" di sostegno alla crescita delle piccole imprese. Considerato pure che il sistema creditizio attua un’azione selettiva nelle possibilità di accesso al credito da parte delle imprese,  è importante che la Regione si senta impegnata nell’attuazione di strategie e azioni in grado di colmare il gap del costo del danaro per fornire alle nostre imprese quelle pari opportunità necessarie per affrontare la crescita competitiva necessaria.La regione deve realizzare, in particolare,  politiche specifiche volte al rafforzamento della struttura patrimoniale della piccola impresa. 

    E’ acclarato che la piccola impresa abruzzese per poter essere maggiormente competitiva, deve investire in qualità.  Ebbene, non bisogna più finanziare a pioggia capannoni  o nuove pseudo-imprese che, nella maggior parte dei casi, falliscono dopo pochi anni di attività.  Le politiche pubbliche devono essere tese al rafforzamento patrimoniale promuovendo strutture consortili, prestiti partecipativi, strumenti alternativi di finanziamento finalizzati a realizzare investimenti produttivi. Altre regioni hanno sperimentato con successo forme di intervento per migliorare la capitalizzazione e sostenere i piani industriali, quali i fondi di private equity, i fondi di rotazione e sviluppo, ecc.  Gli strumenti non mancano certo, occorre la volontà politica ed una burocrazia veloce e vicina alle esigenze del mondo produttivo.  Le  politiche pubbliche devono trovare un riscontro nei piani aziendali, premiando quelle imprese che dimostrano di saper raggiungere obiettivi di politica economica assunti come “stelle polari” dalla regione (le innovazioni di prodotto e di processo, l’incremento dimensionale, l’internazionalizzazione, la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione, ecc.).
     
    Più in generale, l’Abruzzo deve reagire alle crescenti difficoltà  compiendo un salto di qualità e nello stesso tempo di discontinuità dall’attuale modello di sviluppo,  e rafforzare un modello basato sul valore e sulla valorizzazione dell’economia della conoscenza.  Tutta la manifattura abruzzese, con poche eccezioni,   deve riposizionarsi su prodotti di maggiore qualità, esaltando i vantaggi comparati dei singoli “sistemi locali”:  la sostenibilità dello sviluppo, la disponibilità di capitale umano, la possibilità di integrare i sistemi locali industriali con le filiere agricole,  della pesca, del turismo e della cultura. La Regione, anche su questi temi, è in forte e drammatico ritardo.
     
    Piero Carducci

    Amministratore @ 17:34
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