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    Carducci: ottimismo fuori luogo

    Posted on giovedì 19 giugno 2008

    La notizia: L’Aquila è la prima città italiana per pignoramenti immobiliari. Tra il 2006 e il 2007 la crescita dei pignoramenti in Italia è stata mediamente del 23%,  all’Aquila è stata del 41%.  L’incremento è stato superiore al 20% nelle principali città italiane, a cominciare da Roma e Milano, con aumenti del 30% in centri come Napoli e Venezia.

    La spiegazione di Rinaldo Tordera (direttore generale Carispaq) pubblicata dagli amici de "il Capoluogo" non convince per niente.  Tordera, dopo un’analisi tecnica che non ripeto, conclude "ritengo che un allarmismo eccessivo sia infondato, nonché dannoso perché fonte di insicurezza e di comportamenti difensivi nei consumatori".  In realtà qui non si tratta di allarmare nessuno. Si tratta invece di prendere coscienza di una situazione di palese declino dell’Aquila e delle aree interne che in troppi, a partire dal Sindaco e dai sui collaboratori, fanno finta di non vedere o sistematicamente minimizzano o maldestramente nascondono dietro una comunicazione vuota ed inconsistente (vedi le parole in libertà su Piano Strategico 2020).

    I dati sull’incremento dei pignoramenti sono molto significativi e vanno interpretati, a mio modo di vedere, come la febbre segnaletica una malattia ben più profonda. E se come bravi medici indaghiamo meglio, vediamo che L’Aquila è davvero molto malata. Aumentano i pignoramenti immobiliari e, in generale, la difficoltà delle famiglie a rimborsare rate e prestiti. All’Aquila si riduce anno dopo anno  il volume di reddito annuo generato da salari e stipendi,  mentre aumenta la quota percentuale di reddito delle famiglie derivante dalle pensioni e  dalla rendita (questo perché si riduce il reddito e non perché aumenta la rendita).  All’Aquila declinano gli indicatori di sviluppo ed insieme aumentano i poveri: la Caritas e le altre associazioni di volontariato ci dicono che sono sempre di più le famiglie indigenti che non ce la fanno, e chiedono assistenza.  E gli esempi potrebbero continuare.

    Altro che allarmismo!  Si fanno sentire gli effetti delle crisi aziendali, delle migliaia di posti di lavoro perduti, della mancanza di nuove attività, dell’aumento del costo dei mutui.  Le famiglie aquilane che vivono in situazioni di povertà sono, nel 2007,  il 18% del totale,  nettamente al di sopra quindi della media regionale (13%) e nazionale (11,1%).   E’ pure sorprendente la sostanziale indifferenza e sottovalutazione da parte della politica, a fronte di tali drammatiche realtà di crescente disagio. E’ come se i politici ed i tecnici volessero rimuovere il fenomeno;  il crescente disagio sociale  è come un fastidio del quale meno si parla e meglio è.

    Ma non parlarne non risolve, e non fare nulla aggrava il problema.  Basta una malattia, un imprevisto, una spesa aggiuntiva, un  aumento della rata del mutuo, e le famiglie a rischio cadono nella povertà.  E lo Stato è assente, la Regione pure, il Comune lo stesso. La Provincia, invece,  è troppo occupata a fare conferenze stampa.  

    E’ evidente che il rimedio alla povertà è lo sviluppo economico e la distribuzione equitativa della ricchezza, ma nel breve periodo il dramma del crescente disagio sociale deve essere affrontato dai diversi livelli di governo  con misure di sostegno, recuperando le risorse necessarie  con politiche di rigore nella gestione della cosa pubblica. Un insieme di misure di sostegno  finalizzate a garantire alle famiglie aquilane in difficoltà il diritto di cittadinanza, per garantire un minimo di qualità della vita e pari opportunità. Ma a parte la gestione dell’emergenza, occorre assumere subito delle scelte sull’Aquila. La città può rapidamente scivolare nell’attuale declino, perché la rendita non viene più sorretta da flussi di reddito alternativi o sostitutivi rispetto a quelli che sono venuti a mancare a causa della de-industrializzazione del comprensorio. Oppure L’Aquila può re-inventarsi un ruolo di "città moderna", luogo di scienza, ricerca, cultura, funzioni politiche ed amministrative avanzate, città apportatrice di nuove idee, nuove tecnologie, nuovi modelli culturali, luogo di funzioni direzionali superiori.

    Noi abbiamo provato a fare qualcosa, ma gli impallinatori che governano la città hanno dimostrato la loro miopia  affondando la "legge speciale per L’Aquila Capoluogo". La legge non avrebbe risolto i problemi della città, ma avrebbe certamente aiutato, soprattutto rispetto al vuoto pneumatico di idee e capacità realizzativa dell’attuale Amministrazione. 

    La storia insegna che le città vivono incessantemente fasi di sviluppo e declino, e che la scelta tra recessione e sviluppo sempre si pone alle classi dirigenti. Questo è a mio parere il principale problema della città: la drammatica crisi di idee sulle prospettive del suo futuro sviluppo e sugli strumenti per realizzarlo. Se facciamo finta di nulla, se continuiamo a chiacchierare sull’Aquila al 2020 senza affrontare il declino dell’Aquila di oggi, se subiamo le spontanee dinamiche dei mercati e di una politica regionale costa-centrica,  la città  subirà un veloce declino, anche le migliori persone cederanno ed accetteranno una piccola Aquila, una delle tante città anonime sperdute nella provincia interna italiana. E tra un anno commenteremo che i pignoramenti sono cresciuti di un ulteriore X%. Ovviamente anche allora eviteremo allarmismi….

    Piero Carducci

    MpL Comunicazione @ 08:04
    Filed under: News MpL

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