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    Aree interne abbandonate

    Posted on venerdì 25 settembre 2020

    L’Abruzzo è per buona parte “aree interne”, come tutta la Provincia dell’Aquila. Aree interne non è connotazione geografica bensì sociale ed economica: sono infatti così denominate le aree che per carenza di servizi, di opportunità per i giovani, per il degrado ambientale, stanno subendo un costante calo della popolazione e un accentuato invecchiamento. Chi ancora oggi vive in queste aree in assenza di solide prospettive di rilancio avrà sempre più difficoltà a rimanervi in futuro.


    Negli ultimi due anni la situazione delle aree interne abruzzesi è ulteriormente peggiorata.  Del tutto inefficaci (o forse quasi inesistenti) le politiche pubbliche. Che fare?

    Si tratta di territori che hanno enormi potenzialità di crescita ma vengono punite anzitutto da mancanza di vision e da troppa litigiosità politica. La Pira diceva che “amministrare una città ed un territorio è importante, ma ancora più importante è dare loro un ruolo”. E per dare un “ruolo” ad un territorio occorre come premessa che tutti i portatori di interesse (sindaci, associazioni, corpi intermedi, partiti, cittadini….) lavorino insieme per un obiettivo comune e condiviso.  Essere comunità ed agire come comunità è fattore essenziale dello sviluppo locale.

    La comunità si esprime nella capacità di elaborare strategie e nella voglia di fare degli attori locali, nel remare tutti nello stesso senso e verso la costruzione di un migliore futuro possibile. Dove non c’è comunità c’è permanente conflitto e non attecchisce un duraturo sviluppo. Basti pensare al caso delle aree interne abruzzesi: l’aquilano, la Marsica, la Valle Peligna e l’Alto Sangro non sono “comunità” da almeno 40 anni, si dividono e si beccano anche al loro interno come i capponi di Renzo, e anche per questo declinano.

    Quando la comunità funziona e le politiche regionali sono efficaci – come nel caso, tra molti altri, della provincia di Treviso – le differenze diventano opportunità, i politici non esprimono interessi solo particolari ma sono direttori d’orchestra di un disegno condiviso di sviluppo radicato nello specifico contesto locale, operano forti relazioni tra cittadini e istituzioni.

    Una comunità cresce se valorizza il suo “Capitale Territoriale Locale” (risorse umane, ambientali, culturali…) proprie dello specifico contesto. Questa esigenza di ri-creare anzitutto reti di attori, integrando le migliori esperienze di sviluppo anche delle aree interne, costituisce il presupposto per una crescita economica duratura, proprio perché centrata sui valori e potenziali locali.

    Alcuni territori crescono, altri declinano, alcune città si sviluppano, altre muoiono:  possiamo gestire o subire, sta a noi decidere.

    Abbiamo bisogno di amministratori illuminati che coinvolgono per davvero, e non per finta come fanno oggi, i “corpi intermedi”  nell’elaborare e proporre qualsiasi progetto rilevante di trasformazione del territorio.

    La crescita o la decrescita di una “comunità” da questo dipendono: dalla qualità dei suoi amministratori, dalla capacità degli attori locali di fare sistema, di coordinare azioni positive verso un disegno condiviso. In tal modo si costruisce e accumula capitale sociale territoriale, un bene immateriale motore primo della crescita civile prima che economica. Se stiamo indietro un motivo ci sarà.

    Piero Carducci, economista

    MpL Comunicazione @ 19:41
    Filed under: News MpL

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