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    Abruzzo in declino

    Posted on mercoledì 23 gennaio 2019

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    In Abruzzo la produttività scende, un sintomo evidente del declino. Inefficaci le politiche regionali

     

    Continua in Abruzzo il calo della produttività, ovvero cala ormai da tempo il prodotto per persona attiva. In economia, il calo della produttività è un sintomo inequivocabile del declino. Fino a pochi anni orsono eravamo la locomotiva del Centro Sud, ora siamo diventati il fanalino di coda dell’Italia produttiva. Per far crescere la produttività è fondamentale riformare il sistema della formazione e collegarlo al mondo produttivo.  Occorre una riforma della macchina regionale, deludente nei risultati, e porre in essere buone pratiche molto più vicine alle esigenze reali delle imprese.  Cambiare il sistema della formazione si può, è solo questione di volontà politica. Che sinora non c’è stata. 

    La produttività, è vero,  scende anche in Italia da anni, ma quel che preoccupa è che ancor di più scende in Abruzzo, laddove è   più basso, rispetto ai valori medi nazionali,  il Pil per persona attiva.  Il Pil pro-capite è  un indicatore sintetico di benessere, il Pil rapportato agli attivi è l’indicatore sintetico della produttività del lavoro. La crescita della produttività è la fonte principale della crescita economica, e non c’è sviluppo di lungo periodo senza una crescita costante e sostenuta della produttività del lavoro. Se l’Abruzzo non scende ai livelli della Calabria, è solo grazie alla presenza di multinazionali esogene (come quelle operanti nell’automotive, nella farmaceutica e nella microelettronica)  che costituiscono isole felici di altissima produttività in un mare di inefficienza (con le dovute eccezioni). 

    La de-crescita della produttività del lavoro (e quindi a seguire del Pil pro-capite)  dipende da vari fattori: dalla  scarsa qualità delle risorse umane e del capitale fisico impiegate nel ciclo produttivo, dalle scarse innovazioni di prodotto e di processo, dalle antiquate forme di organizzazione del lavoro, dall’inefficienza dei servizi pubblici e dell’amministrazione pubblica, dall’arretratezza digitale. 

    Se in Abruzzo il Pil pro-capite è inferiore alla media nazionale, ciò dipende sostanzialmente da due fattori: dalla bassa produttività media degli occupati   e dal più basso tasso di partecipazione al mercato del lavoro (bassa soprattutto la partecipazione dei giovani e delle donne, tant’è che quasi 1/3 dei giovani attivi lasciano ogni anno l’Abruzzo alla ricerca di migliori opportunità, e generalmente non tornano).

    La bassa produttività del lavoro è un dato molto preoccupante, poiché alla progressiva perdita di produttività dell’Abruzzo si accompagna un  pari indebolimento della sua competitività. La fuga dei giovani, inoltre, comporta una perdita secca di capitale umano e quindi di produttività di lungo periodo. 

    La minore produttività del lavoro deriva dal fatto che, in Abruzzo, una quota elevata di lavoratori risulta occupata in piccolissime imprese a basso valore aggiunto e quindi caratterizzate da una minore produttività del lavoro rispetto a settori ad elevata tecnologia (come ad es., la farmaceutica e chimica fine, la metalmeccanica di precisione, le manifatture ed i servizi di telecomunicazioni).

    L’Abruzzo arretra. La colpa non è solo della Regione (pesa il difficile contesto internazionale), ma è anche della Regione che spende male le ingenti risorse disponibili per la formazione e poco  spende per l’innovazione e per  il trasferimento dell’innovazione nei processi produttivi.   Il calo della produttività è indice della carenza di politiche moderne per lo sviluppo della risorsa umana. La struttura burocratica regionale è troppo rigida ed impermeabile,  e non appare in grado di comprendere, quindi di gestire il cambiamento in atto nel mercato del lavoro.  Troppo il continuismo nelle politiche formative; sempre gli stessi attori e società nelle posizioni chiave.   Troppi uffici sembra che esistano non già per aiutare ed agevolare, bensì per ostacolare ed impedire. Eppure l’evoluzione del mercato del lavoro insegna che l’unica difesa di lungo termine è l’investimento in formazione in linea  con   i bisogni delle imprese. Ma in Abruzzo non si investe in formazione;  più semplicemente  si “spende” in formazione. E non è proprio  la stessa cosa. La regione spende, i consulenti e loro società sono contenti,  l’Abruzzo affonda.

    Occorre fare qualcosa di urgente, dopo il 10 febbraio, o tra qualche mese piangeremo l’ennesima perdita di produttività.

    La regione perbene e produttiva si aspetta dopo il 10 febbraio un cambio di passo  sui problemi del lavoro, dell’innovazione e della formazione.   Governare vuol dire avere la capacità di  eliminare i “lacci e laccioli” di una burocrazia autoreferenziale,   e definire un efficiente sistema pubblico attento al fatto più che all’atto, strettamente collegato con le realtà territoriali e produttive, responsabile ed efficace nell’azione.  

    L’alternativa è un lungo e doloroso declino,  già in atto, purtroppo.

    Piero Carducci, Economista

    MpL Comunicazione @ 13:04
    Filed under: News MpL

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