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    Abruzzo: carente la politica industriale e del lavoro

    Posted on giovedì 3 agosto 2006

    occorrono servizi reali alle imprese per un Abruzzo competitivo

    Le recenti disponibilità di dati statistici, disegnano un Abruzzo industriale nettamente diviso in due realtà. Da un lato, le grandi imprese innovative (come la Micron, la Sevel, la De Cecco e poche altre) che fanno innovazione di prodotto e di processo, accrescono sensibilmente l’export, utilizzano strumenti gestionali moderni e sono pienamente inserite nel contesto competitivo internazionale. Dall’altro, migliaia e migliaia di piccole imprese che soffrono la competizione sui costi dei paesi asiatici, producono beni di media qualità a costi e quindi prezzi elevati, soffrono delle carenze infrastrutturali della regione, dell’eccessivo costo del credito e della mancanza di idonee politiche economiche di livello regionale.  Se poi le piccole imprese operano nelle aree interne, le loro difficoltà sono ulteriormente aggravate da condizioni di contesto poco adatte allo sviluppo d’impresa (si pensi, ad esempio, al fatto che buona parte dei comuni montani è privo dell’Adsl e quindi di forma avanzate di connettività).
    Questa premessa sollecita alcune riflessioni, lasciando per ora da parte la questione, peraltro importantissima, delle grandi crisi industriali che, purtroppo, interessano in maniera particolare la provincia aquilana. Il dualismo ricordato, tra grande impresa di successo e piccole realtà in difficoltà, dimostra come lo sviluppo economico sia sempre più sollecitato dalla disponibilità di servizi, tali da consentire il pieno svolgimento dell’attività produttiva in un determinato sistema locale. Le grandi imprese fanno da sole, suppliscono con le loro forze all’inadeguatezza delle politiche economiche, le piccole imprese invece non dispongono delle dimensioni minime, tali da potersi sostituire alle gravi carenze del sistema pubblico.  I servizi di cui le piccole imprese hanno bisogno sono noti: formazione di qualità collegata ai bisogni delle imprese e tarata sulle specifiche realtà territoriali; interazione con i laboratori e con le Università; sviluppo di  reti attraverso le quali i ritrovati della tecnologia possano diventare prodotti;  efficienti sistemi di comunicazione ed infrastrutture tecnologiche;  banche locali capaci di scommettere sullo sviluppo e di condividere il rischio di impresa.

    Come si constata, un’insieme di tessere la cui architettura non è semplice: richiede infatti un elevato livello di integrazione tra governo centrale e locale, e risponde a disegni di politica economica avanzata che richiedono la stretta cooperazione tra tutti gli attori locali dello sviluppo. Non sfugge come tale desiderabile punto di arrivo mal si concilia con le vistose carenze abruzzesi dell’apparato preposto alle politiche industriali ed alla formazione e ricerca; con la deficienza nell’ambito delle applicazioni delle telecomunicazioni; con l’insufficienza nelle infrastrutture dei trasporti, in specie per quanto riguarda la rete ferroviaria interna; con gli enormi ritardi tra le decisioni politiche e la loro pratica realizzazione. Basti pensare che l’Italia è fanalino di coda in Europa per l’innovazione, e che l’Abruzzo (insieme al Molise)  è tra le regioni italiane che spendono meno in Ricerca&Sviluppo (0,8% del PIL). Tale attività è inoltre svolta prevalentemente da grandi aziende, pur essendo il "made in Italy" fondato sulle piccole e medie imprese (PMI). L’Abruzzo, ahimé, si distingue per il basso numero di personale addetto all’innovazione ed alle nuove tecnologie: solo 1,9 ricercatori ogni 1.000 abitanti contro la media nazionale di 3; solo 54 brevetti presentati per milione di abitanti contro i 92 nazionali.
    Non è questo il viatico per spostare le produzioni regionali sui piani alti della divisione internazionale del lavoro, per addivenire a disporre dei necessari servizi di qualità per consentire un positivo esercizio dell’attività produttiva locale ad alti livelli tecnologici. Si evidenzia la precipua problematica dell’Abruzzo. L’eccessiva dipendenza dell’economia regionale dalle politiche di grandi gruppi estranei al tessuto produttivo locale, l’impellente  necessità di sviluppare sistemi economici locali nei quali avvenga la  produzione di ricchezza "nuova": condizioni per l’esistenza della quale torna a emergere il ruolo di quei servizi reali che oggi la rendono possibile,  e la cui inadeguatezza è destinata a tradursi in una pesante penalizzazione per l’economia che la sopporta.
    L’Abruzzo deve riposizionare la propria industria autoctona su prodotti a maggiore valore aggiunto, esaltando al contempo i vantaggi comparati derivanti dal mix delle sue vocazioni geografiche:  la sostenibilità dello sviluppo, la disponibilità di capitale umano, la possibilità di integrare i sistemi locali industriali con le filiere agricole,  della pesca, del turismo e della cultura. Ciò che è importante sottolineare è che il nuovo modello di sviluppo deve essere la risultante non già di vetuste politiche di riduzione dei costi delle imprese, bensì di economie di scala "di sistema", legate cioè alla capacità di integrazione di tutte le risorse del territorio ai fini della crescita. La dimensione ottimale per competere sul mercato può essere raggiunta dalla piccola impresa regionale facendo squadra con le altre imprese,  e sistema con l’ambiente esterno, fino allo stabilire virtuose sinergie con l’Università, i centri di ricerca&sviluppo, le istituzioni locali.
    Occorre rilanciare l’industria autoctona e la capacità di attrarre i grandi gruppi esogeni offrendo servizi reali al sistema produttivo. Occorre collegare tra loro imprese ed isole di eccellenza capaci di generare innovazione, perché oggi manca l’integrazione tra imprese ed  istituzioni pubbliche, tra università e laboratori di ricerca.
    Se questa è la strada, occorrono urgenti politiche di sostegno che permettano di praticare percorsi di riorganizzazione produttiva. In funzione di tale obiettivo, maggiore incisività deve essere data alle politiche industriali e della formazione. Politiche specifiche devono riguardare lo sviluppo nelle aree dove sono presenti situazioni di acuta  crisi aziendale, come nell’aquilano, ed il miglioramento del marketing territoriale. Segnali incoraggianti si possono già cogliere nelle recenti dinamiche dell’export, dove l’Abruzzo ha saputo recuperare importanti posizioni commerciali, ma solo grazie alla grande impresa competitiva.  Il vento della ripresa mondiale è dunque favorevole, purché la Regione sappia dove andare.

    Piero Carducci

     

    MpL Comunicazione @ 02:00
    Filed under: News MpL

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