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    2006: le migliori analisi dell’MpL – X

    Posted on domenica 31 dicembre 2006

    settembre 2006: Il black out dimenticato

    28 settembre 2003. Sono passati tre anni dal giorno del grande black out. Dopo tre anni di indagini non è stato ancora accertato molto sulle responsabilità,  ma almeno una cosa è chiara: consumiamo molta più energia elettrica di quanta ne produciamo, e siamo costretti  ad importare ogni giorno a caro prezzo la differenza.  Nel frattempo è praticamente impossibile costruire nuove centrali per l’opposizione dei “comitati spontanei” che nascono come funghi in qualsiasi posto si provi a realizzare qualcosa.  Strano Paese l’Italia. Vogliamo godere di tutti i beni che le tecnologie mettono a nostra disposizione: vogliamo l’ultima automobile, il cellulare di nuova generazione, il maxi frigorifero e la lavastoviglie, arrivare in macchina fino all’ufficio, avere il caldo d’inverno ed il fresco d’estate. Pretendiamo ogni possibile comodità,  ma senza pagare dazio.  Non vogliamo le antenne per la telefonia mobile, non vogliamo pagare per il parcheggio,  non sopportiamo i luoghi dove trattare le montagne di rifiuti che noi stessi produciamo, non vogliamo le centrali elettriche perché consideriamo la tecnologia brutta e cattiva, pur essendone totalmente dipendenti.  Anche a casa nostra, in Abruzzo, basta poco per scatenare il catastrofismo nostrano, per sfogare l’allarmismo irresponsabile dei soliti quattro che oggi chiedono il blocco dei lavori di ammodernamento della SS17 e ieri hanno impedito di fare qualsiasi cosa per gli obsoleti ed insufficienti impianti del Gran Sasso.  Perché  questo non è solo un paese strano, è anche un paese di ipocriti.  Ogni problema diventa immediatamente una questione ideologica. Lo smaltimento dei rifiuti, le sciovie, le strade, le centrali elettriche, e così via discorrendo, non sono questioni concrete da analizzare nei costi e nei benefici con gli strumenti della ragione e dell’economia,  ma diventano subito un problema ideologico e quindi  uno strumento di lotta politica.
    L’energia è vitale,  ma non vogliamo produrla, piuttosto preferiamo dipendere dai capricci dei produttori di petrolio e dalle bizze dei nostri confinanti.  Sull’onda emotiva di Chernobyl abbiamo chiuso con il nucleare,  ma importiamo energia dalle centrali nucleari francesi e slovene, molte delle quali situate a ridosso dei nostri confini. Per la demagogia di un manipolo di falsi ambientalisti, la nostra economia è fragile perché dipendente dall’energia degli altri, è sporca perché basata sul petrolio, è arretrata perché intorno all’industria dell’energia girano negli altri paesi europei importantissimi investimenti in Ricerca&Sviluppo, fondamentali per diffondere innovazione all’intero sistema economico.
     Risolvere questi problemi non è semplice, perché l’opinione pubblica è troppo emotiva,  e la politica è troppo immatura.  E’ facile organizzare la protesta popolare contro le antenne,  contro i trafori e contro gli impianti, mentre è difficile individuare una soluzione lungimirante a problemi epocali, come quello dello sviluppo sostenibile. Il 28 settembre 2003 abbiamo subito il black out, abbiamo subito un grave disagio, siamo stati tutti coinvolti e siamo stati d’accordo sulla necessità di affrontare finalmente per le corna la questione del deficit energetico nazionale.  Ma il 28 settembre è lontano. Prima di quella data il problema era uguale e domani sarà uguale, ma la questione energetica, oggi come allora,  non ci interessa poi più di tanto, almeno fino al prossimo black out.   Eppure sarebbe bene riflettere. Se non vogliamo precipitare nel Medio evo tecnologico, dobbiamo pensare a come costruire centrali pulite, a come consumare di meno, a come coniugare sviluppo e tutela ambientale, a come valorizzare le risorse del territorio  senza ingessarle con normative troppo vincolistiche e con politiche dei parchi che non hanno dato i frutti sperati in termini di reddito ed occupazione per le popolazioni locali. 
    Sono tutti problemi importanti, anche occasioni per investire, innovare, applicare l’ingegno dei nostri studiosi e della nostra Università,  addirittura guadagnarci, esportando idee, soluzioni e tecnologia. Ma non è un dibattito che appassiona.   Siamo un popolo di emotivi  e crediamo di risolvere tutto con le emozioni. Le emozioni non bastano per governare,  le strumentalizzazioni non risolvono i problemi e la “politica del no” fa guadagnare qualche consenso elettorale, ma è una politica irresponsabile che non persegue il bene comune.  Il bene comune richiede un progetto ed una politica matura, che urla di meno ma serve di più.
    MpL Comunicazione @ 14:25
    Filed under: News MpL

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